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La verità come arma | |
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Ciò che ha scandalizzò gli elettori americani nell’affare
Lewinski-Clinton, e prima, quel che provocò le dimissioni di Nixon per il
Watergate non furono tanto le malefatte di cui i due presidenti si erano
resi colpevoli. Clinton aveva tenuto una condotta «inappropriata» con la
stagista (allora non si chiamavano ancora veline), ma erano fatti suoi e
della sua signora; Nixon aveva «spiato» il quartier generale degli
avversari democratici, ma non sembra fossero stati rubati segreti tanto
decisivi per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. No, quel che
costituiva una macchia intollerabile per l’immagine dei due presidenti era
che avessero mentito ai concittadini. Merita di ricordarlo oggi, in Italia
ma non solo, quando sembra che la sopravvivenza di un governo dipenda dal
fatto che il suo massimo esponente si sia reso colpevole o no di
comportamenti «inappropriati» nei confronti di una minorenne o appena
maggiorenne. Se di questo si trattasse, avrebbero ragione coloro che si
rifiutano di scendere a un così basso livello della polemica politica.
Ciarpame, come è stato definito il tutto, non è solo il
tema delle passioni private d’un esponente governativo, ma il fatto stesso
di interessarsene, violando il limite della privacy e della decenza. Non
possiamo però considerare inessenziale, e parte dello stesso ciarpame,
stabilire se le notizie che abbiamo della vicenda siano esatte o
manipolate nell’interesse d’una delle parti in causa. Sapere se un’alta
autorità governativa ha frequentazioni non conformi alla morale dei più è
assai meno importante che stabilire se ci menta o no. Non è questione da
lasciare alla privacy, diventa un fatto di enorme rilevanza politica. Ma,
osserverà qualche mente politica molto europea e disincantata, solo un
pubblico ingenuo e di tradizioni puritane come quello americano può
pensare che i politici (e i detentori di potere economico o spirituale)
non debbano mentire. Andiamo, persino Kant pensava che fosse legittimo
mentire in nome di una causa superiore: per salvare lo Stato, la pace,
l’ordine sociale. Davvero la verità è un valore così assoluto da diventare
il criterio per la stessa legittimità delle istituzioni? Nella Morte a
Venezia di Mann le autorità tengono nascosta la gravità dell’epidemia che
fa strage per evitare la fuga dei villeggianti e la rovina del turismo.
Tutti accettiamo come una triste necessità l’esigenza di non creare
panico, e danni maggiori, in caso d’imminenti catastrofi naturali che non
abbiamo il potere di evitare. La famosa distinzione di Max Weber tra etica
della convinzione e etica della responsabilità vale anche in casi come
questi. Paradossalmente, può essere un affare di convinzione morale
personale il dovere di dire in ogni caso la verità; ma è altrettanto
legittima una convinzione morale che antepone il bene comune al dovere di
dire il vero. Però, anche per un convinto assertore di quest’ultima
posizione, e tanto più in quanto si preoccupa del bene comune, diventa un
dovere prevalente quello di dire il vero se la legge dello Stato glielo
impone.
Ha poco senso, dunque, rimproverare a qualcuno di
mentire, come se il dovere di dire la verità fosse un dovere assoluto
precedente ogni legge positiva. Solo se viola qualche legge sancita e
perciò necessariamente condivisa dai membri della comunità (l’ignoranza
della legge non è ammessa) la menzogna esce dalla sfera della
«convinzione» e entra in quella della «responsabilità», anche giudiziaria.
Non valore naturale assoluto, la verità è piuttosto un’arma. Persino per
il Vangelo: «La verità vi farà liberi». Ma appunto quella che serve a chi
non è libero per diventarlo. Mostrare (veracemente?) che il potente è un
bugiardo è un modo di prendere sul serio la verità molto più che andare
tra gli scioperanti a insegnare la tavola pitagorica o le leggi di Newton.
Senza questa consapevolezza, davvero solo ciarpame.
Gianni Vattimo
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