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L'intervento di Gianni Vattimo
al Congresso PdCI di Rimini



Ciò di cui si tratta in questo congresso, come si legge nel titolo ("Al lavoro per la sinistra"), è in definitiva il futuro della sinistra in Italia, in Europa, e anche oltre, detto senza iattanza. Per quanto appaiano limitate le forze di questo partito, non è affatto irrealistico pensare che proprio sulle sue spalle ricade principalmente il compito di ridisegnare un tale futuro. Lo dice uno che, come me, ha cominciato la carriera politica solo dal 1999, come parlamentare europeo dei DS, ma che ha avuto modo di vivere la graduale trasformazione di quel partito in una forza politica moderata, ossessionata dal pensiero di aumentare i propri consensi al centro e a destra, senza alcuna attenzione al fatto, elementare e evidente, che perdeva voti, invece, disamoranda dalla politica proprio l'elettorato di sinistra. Non credo semplicisticamente che questa ossessione mascheri un "tradimento" delle proprie origini e della proprie motivazioni profonde; è innanzitutto il risultato di una analisi sbagliata della situazione italiana ed europea.

Sono prova di ciò le recenti vicende del voto sull'Iraq e dell'abbandono dei DS da parte di una parte - per ora minoritaria, certo - della sinistra interna; che però, mi pare indiscutibile, prepara un ben più consistente abbandono da parte di schiere di elettori. Ma si può vedere un corso simile anche nelle difficoltà di Blair nei confronti del partito laburista in Gran Bretagna; e di Schroeder in Germania, dove tutto si può dire tranne che il suo partito tenda ad abbandonarlo perché egli si colloca troppo a sinistra. In generale, se la sinistra europea perde - come anche è successo in Francia - le motivazioni sono altre, analoghe in linea generale a quelle che motivano la crisi dei DS in Italia: il proposito di restare legati a tutti i costi a un finto progressismo che accetta senza discutere l'idea del mercato, e dunque si trova obiettivamente a condividere il programma di un capitalismo compassionevole che, com'è noto, guida l'amministrazione Bush.

Anche per la sinistra di Blair, di Schroeder, dei nostri compagni DS italiani, sembra - ma non mi pare lo smentiscano mai - che il capitalismo e l'economia di mercato siano le sole vie ancora aperte alla politica; le differenze si dovrebbero collocare solo al livello della maggiore o minore "compassionevolezza" dei sostegni statali ai lavoratori e alle loro famiglie rovinate dalla "inevitabile" ristrutturazione capitalistica, ovviamente indefinita come infinito è il flusso dei capitale finanziario che circola nel mondo provocando chiusure di aziende, trasferimento di produzioni in altre zone del pianeta più redditizie perché meno intaccate, ancora, dalle conquista sindacali o, semplicemente, refrattarie a ogni idea di diritti umani. Ogni volta che un'azienda chiude, riduce il personale, si sposta in India o in Cina, le sue azioni aumentano di valore facendo la gioia degli azionisti - per lo più grandi, ai piccoli sono spesso riservati bond ridotti a spazzatura che le banche sono pronte a rifilare loro appena si delinei una minaccia di fallimento. Anche il (sacrosanto, a breve scadenza) programma di una Europa della conoscenza, che tende ad accrescere il valore dei nostri prodotti mediante l'intensificazione del loro contenuto di tecnologia avanzata, finisce solo per corrispondere a questa logica mercantile e spietatamente, diciamolo, concorrenziale: dobbiamo sviluppare le nostre tecnologie in modo da produrre merci che battano la concorrenza cinese, indiana, eventualmente africana. Fino a quando, si potrebbe domandare. Appunto, indefinitamente, giacché è attraverso questa selezione naturale di tipo darwiniano che si realizza lo "sviluppo", quello misurato in termini di PIL, che non guarda naturalmente alle difficoltà e alla vera e propria disperazione degli individui e della famiglie stritolate da questa logica.

La sinistra ha davvero un orizzonte diverso da offrire, un diverso progetto di futuro, che non consista nell'inseguire questa danza frenetica condotta ormai solo dal capitale finanziario, che però non si lascia nemmeno, come pure potrebbe, descrivere come un felice abbandono del principio di realtà, come era in certi aspetti il programma di Keynes; giacché qui il principio di realtà continua a vigere in pieno, è la proprietà delle grandi multinazionali, la finanza che comanda i grandi spostamenti speculativi dei capitali in conseguenza dei quali interi paesi vengono ridotti alla fame (Argentina insegna). La fiducia dei nostri liberisti e finti socialisti nella forza progressista del mercato non è scalfita nemmeno dall'osservazione più banale, che ormai tutti possono fare; quella per cui nell'economia americana, che è il modello di questo vertiginoso sviluppo a cui dovremmo avvicinarci tutti, negli ultimi anni (dieci, o più: si vedano le analisi di Luciano Gallino sulla globalizzazione, ad esempio), la distanza tra poveri e ricchi, e anche il tasso "assoluto" di povertà (non solo la povertà "percepita", direbbero i nostri meteorologi), cioè il numero di famiglie che vivono al di sotto di un certo reddito, sono tremendamente aumentati. Del resto è ciò che sta succedendo in Italia proprio in questi ultimi anni; e che dovrebbe condurre finalmente allo sfascio il governo Berlusconi, giacché tutti si rendono conto che non è solo "colpa" dell'Euro, ma delle politiche miopi, anzi cieche, del governo del cavaliere - che peraltro si arricchisce sempre più, anche utilizzando leggi come il decreto "salva rete 4" che la sua maggioranza di servizio gli ha compiacentemente votato.

Ma ripetiamolo, non è solo questione di specifici provvedimenti di politica italiana. Qui è questione di domandarsi se esiste ancora una prospettiva ideale, teorica, della sinistra. Una parabola come quella di un filosofo come Lucio Colletti, partito da un marxismo intransigente anche se già alquanto infetto da prospettive scientistiche, e poi approdato al culto di Popper e della sua avversione per la metafisica e le ideologie, può ben valere come illustrazione della perdita di prospettive della sinistra intera. La quale oggi, in Italia ma anche in Europa, naviga a vista, arrivando a teorizzare esplicitamente che il suo problema è solo quello di "vincere le elezioni", si intende purchessia o quasi - visto che, proprio in nome di un antideologismo di ispirazione popperiana, si rifiuta di stabilire paletti programmatici che la distinguano nettamente dal suo avversario - il quale almeno le elezioni le vince davvero...

Lasciatemi dire, in quanto anch'io sono stato coinvolto nella vicenda italiana della fine post-moderna delle ideologie, che questo modo di intendere l'abbandono delle metafisiche nella politica può solo dar luogo a quella specifica forma di empirismo che fu il craxismo, non a caso oggi rivalutato da appositi convegni "di sinistra", e da autorevoli libri come quello del segretario dei DS. La sinistra, se non vuole perdere la testa e il cuore, oltre ai voti e, ormai, alla faccia, può solo rifarsi alla sua eredità teorica più radicata e ricca, e oggi straordinariamente attuale proprio mentre gran parte dei suoi dirigenti giurano di "non essere mai stati comunisti" e si sforzano di mostrarsi moderati, costruttivi, dialoganti con la banda di mafiosi che hanno occupato il potere. Intendo l'eredità di Marx; la cui previsione (profezia?) sulla progressiva proletarizzazione della società, prima degli operai e ora ormai delle classi medie (i colletti bianchi americani che lavorano, quando va bene, come camerieri nei McDonald) non è mai stata così evidentemente realizzata. Il cosiddetto popolo della partite Iva, quando non è anch'esso ridotto a un'ansiogena rincorsa con le continue ristrutturazioni produttive imposta dal capitalismo finanziario, è appunto il popolo che paga, duramente, l'Iva, in una paese dove i condoni edilizi e le leggi ad personam favoriscono solo i grandi evasori.

Possiamo ripartire dalla osservazione elementare di queste "buone" ragioni di Marx; e domandarci come mai la sua profezia si realizza, mentre il capitalismo del cosiddetto libero mercato celebra il suo massimo trionfo politico - non c'è più il babau dello stato sovietico, la minaccia incombente del comunismo, il clima della guerra fredda - che ormai siamo ridotti a rimpiangere, visto che stiamo precipitando sempre più in guerre calde e caldissime? Non solo; anche quello che il capitalismo sembrava - ma poi era vero? - assicurare di contro alla oppressione sovietica, e cioè la libertà di opinione, di coscienza, di ricerca della felicità, di espressione della propria vocazione, e la garanzia della privacy - oggi viene a mancare progressivamente, a cominciare dal paese "madre di tutte le democrazie", come lo ha chiamato di recente, con consapevole ironia, un giornalista niente affatto estremista colme Vittorio Zucconi. La minaccia, vera, presunta, o addirittura creata, del terrorismo (non si dimentichi il rapporto dei servizi segreti britannici sulle armi dell'Iraq, che è stato reso più "sexy" su ordine del premier - non lo ha smentito nemmeno il conciliantissimo Lord Hutton), sta motivando un controllo sempre più capillare del governo Bush su ogni aspetto della vita degli americani. Andate a vedere il film "La giuria", dove ci si rende conto di come la società, almeno quella politica, americana, sia una società dei ricatti, proprio perché è una società del controllo. Non del controllo di tutti su tutti - questo sarebbe anche un possibile ideale socialista, forse leggermente invasivo - ma di pochi su tutti gli altri.

Alla profezia di Marx sulla progressiva proletarizzazione che si verifica nella società del mercato, si aggiunge oggi, inedita, anche la proletarizzazione informatica, o semplicemente informativa. Non solo la grande maggioranza dell'umanità è esclusa dalla disponibilità delle risorse economiche del pianeta; ma, anche grazie al "progresso" tecnologico è assoggettata a un controllo della sua vita privata che non ha, ovviamente, eguali nelle società del passato. I due aspetti della proletarizzazione, com'è facile vedere, si implicano; l'esclusione della grande maggioranza dell'umanità dall'uso delle risorse (il 15% consuma l'85%) impone una difesa sempre più militarizzata del mondo ricco. Il che però, anche a parte dall'impoverimento progressivo delle classi medie di questo stesso mondo, rende la vita di tutti - salvo dei pochi che possiedono l'informazione - sempre più intollerabile; anche ai sottocapi, vicecapi, soldati semplici, e forse persino a molti generali riesce prima o poi insopportabile vive nella fortezza. E comunque, la fortezza non è eterna; anche se Marx sbagliava, probabilmente - ammesso che lo abbia mai pensato in questi termini - nel profetizzare l'inevitabile vittoria finale del proletariato, è molto probabile che in queste condizioni il proletariato (il mondo "esterno" dell'85% di poveri, malati di Aids, ecc.) alla fine si ribellerà all'oppressione. Difficilmente vincerà, temo, ma provocherà comunque un bel bagno di sangue e, in caso di sconfitta, una stretta disciplinare ancora più marcata. Certo, è meglio della catastrofe atomica o della guerra dei mondi; ma è una prospettiva terribilmente più realistica.

Ci si dice: a Cuba, o nei paesi che hanno avuto la sfortuna di vivere il "socialismo reale", non c'era libertà anche perché in caso contrario il popolo si sarebbe ribellato alle condizioni di povertà estrema in cui lo riduce ogni regime di proprietà collettiva. Può anche darsi; è per questo che io, anche solo per descrivere la mia esperienza di avvicinamento al PdCI, uso lo slogan: il comunismo reale è morto, viva il comunismo ideale. E' guardando ai fallimenti sempre più evidenti dello "sviluppo" che dovrebbe essere garantito dal mercato, che uno come me, che non è mai stato comunista (lo confesso!) oggi lo diventa. Una prova in corpore vili della verità della profezia di Marx - anche se, come professore universitario, come parlamentare, sono forse proletarizzato piuttosto sotto l'aspetto della libertà che non sotto quello della povertà materiale (ma fino a quando? Già se facessi il giornalista con queste idee, o se fossi un professore universitario nel nuovo regime di precariato che si instaura con la "riforma" Moratti, dovrei teme proprio la perdita del posto di lavoro...).

Tornare dunque al marxismo? Almeno per questi aspetti che ho ricordato, certamente sì. Anche alla dittatura del, sul, ecc. proletariato? Certo no; dovremo forse inventare il termine di liberal-comunismo, che recepisce le critiche al dogmatismo di Marx da cui dipendono le deviazioni autoritarie del socialismo reale (almeno quelle, e sono molte, che non dipendono solo dalla necessità di difendere la rivoluzione dall'attacco del capitalismo mondiale... Dirò di passata che oggi condivido l'atteggiamento di quegli scienziati che, a suo tempo, passarono i segreti atomici alla Russia di Stalin; guardate che uso fa adesso Bush con i suoi alleati dell'imperativo della non proliferazione delle armi di distruzione di massa...). L'autoritarismo comunista "reale" deriva dalla persistente fede di Marx, e di molti marxisti, nella esistenza di una verità obiettiva della storia, dello stato, infine della stessa "essenza umana" (il Gattungswesen, di cui sono portatori i proletari espropriati). Se c'è una verità assoluta sulla storia, lo stato, la natura, è fatale che si costituisca una nuova classe privilegiata di esperti, avanguardie, esponenti del proletariato "autentico" anche contro il "proletariato empirico" (espressioni, credo, di Lukacs). Tornare al marxismo dopo l'esperienza della sua imperfetta (eufemismo) realizzazione nell'Unione Sovietica si può e si deve, facendo tesoro di quella esperienza.

Non per abbandonarsi alla tesi di Fukuyama, secondo cui ormai la storia è finita perché siamo tutti un solo ovile sotto un solo pastore - la pretesa democrazia del capitalismo à la Bush. Ma per riconoscere nei fatti che un progetto di emancipazione umana può fondarsi solo sulla ricerca dell'uguaglianza, e di una cultura politica che corregga le disuguaglianze "naturali". Diceva Baudelaire: dovunque ho trovato virtù, ho trovato contro-natura. La destra è il massimo del naturalismo; nasciamo diseguali ed è bene che sfruttiamo le diseguaglianze naturali per promuovere la competizione, lo sviluppo, insomma il mercato. Noi vogliamo una società non "di natura", ma di cultura; l'eguaglianza la dobbiamo conquistare. Certo senza violenza, fin dove è possibile. Ma senza nessun feticismo per la "sopravvivenza" purchessia e il valore della vita come semplice fatto biologico (il tabù con cui ci si impedisce la ricerca sugli embrioni, la fecondazione eterologa, l'eutanasia, un giorno forse anche l'aborto terapeutico...). Tutti sappiamo che se fossimo vissuti sotto il nazifascismo avremmo dovuto prendere le armi. Se non lo facciamo ora, è solo perché, oltre a preferire la discussione libera (quando è tale) delle posizioni politiche e culturali, sappiamo che l'uso della forza ci vedrebbe perdenti, e non siamo stupidi fanatici. Ma non dimentichiamo che i nostri avversari la forza la usano senza ritegno, ci costringono persino a usarla anche noi, con la scusa della ricostruzione dell'Iraq - che essi stessi, con un perfetto circolo - hanno prima distrutto e adesso pensano di ricostruire con enormi profitti.

A questo uso oppressivo e repressivo della forza dobbiamo opporre un'azione che impedisca loro di nuocere ancora. Convincendo l'elettorato, certo. Ma anche e soprattutto elaborando una visione del mondo che liquidi ogni dogmatismo scientistico, e riconosca che non la verità oggettiva sta alla base di una autentica convivenza umana, ma la capacità di ascolto, il rispetto per la pari libertà di ciascuno (individui, gruppi, anche comunità) che è la migliore eredità della cultura occidentale, oggi tradita così clamorosamente da chi pretende di esserne il portatore.