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La Convenzione alla prova delle convenienze di politica nazionale
di Giuseppe Iannantuono ottobre 2003 |
La diplomazia italiana, guidata dal Ministro Frattini, è schierata all'attacco nell'ultimo disperato tentativo di ratificare entro dicembre la Costituzione della Grande Europa. Fa la voce grossa il ministro degli Esteri del governo italiano contro chi chiede di riprendere le fila dei negoziati durante la Conferenza intergovernativa, che si è aperta a Roma lo scorso 4 ottobre sotto la Presidenza italiana. Un segnale, forse, d'incipiente nervosismo di fronte al mancato impegno da parte delle diplomazie europee di chiudere i lavori della CIG durante il vertice europeo del 12 e 13 dicembre. Infatti, per il momento, i due giorni, fissati sul calendario dei lavori, sono considerati, dai più, piuttosto come "intenzione" della presidenza italiana. Sembra proprio che al governo italiano in questi ultimi tempi non ne vada bene una o forse è l'azzardo della politica di Berlusconi credere alle scommesse affinché pure gli altri ci credano. Ma questa volta non basteranno le doti di convincimento personale e i discorsi ottimistici a tirare fuori la presidenza italiana dai malumori che scuotono dal fondo la kermesse della Conferenza intergovernativa. Peraltro sul governo italiano incombono ombre sulla sua capacità di svolgere quella funzione di guida autorevole al di sopra delle parti, che è richiesta per appianare le divergenze. Dunque, se Berlusconi vuole firmare l'accordo finale sul Trattato a Roma, il prossimo dicembre, deve saper dialogare con il fronte revisionista composto non solo dai piccoli paesi ma anche e soprattutto dalla Spagna di Aznar, l'amico più fedele in ambito europeo.
Eppure, il progetto di Trattato era riuscito ad incassare il parere favorevole dall'europarlamento, che pur riscontrando limiti e contraddizioni aveva invitato la Conferenza dei ministri a non rimettere mano al lavoro svolto dai costituenti. La strada indicata dall'Assemblea di Strasburgo suggeriva di rispettare i compromessi faticosamente raggiunti durante la Convenzione, per tenere a bada gli appetiti e le differenti politiche nazionali. Il buon viatico del Parlamento europeo ai lavori della Presidenza italiana era passato attraverso la bocciatura delle proposte di Prodi di cambiare la composizione della Commissione esecutiva, quelle di Polonia e Spagna di mantenere il sistema di votazione e le aspirazioni spirituali di Italia, Polonia, Spagna, di veder iscritto nel testo costituzionale il richiamo alle radici giudaico-cristiane dell'Unione europea. Questo nonostante che molti esponenti della politica europea vedano, tra l'altro, nel tentativo di forzare la mano al successo, da parte del governo italiano, ragioni di opportunità di strategia politica, di propaganda e di immagine da rivendere nei media internazionali. Molti paesi, dunque, non hanno fiducia nel gioco di prestigio cui si dedica ripetutamente il ministro Frattini che consiste nel rassicurare tutti che alla fine il mago Berlusconi riuscirà a far quadrare il cerchio. Anzi, il monito risuona chiaro nei documenti di lavoro delle diplomazie: il varo della Costituzione ci sarà soltanto se si affronteranno i problemi ancora lasciati in sospeso. Nessun paese è disposto a fare sconti ed accelerare il processo costituente, poiché il rischio reale è quello di perdere quote significative di rappresentatività e visibilità istituzionale. La Presidenza italiana, che per scaramanzia allontana qualsiasi ipotesi di fallimento facendo appello al comune ideale europeo molte volte calpestato dai suoi stessi rappresentanti, è avvertita: non può giocare al ribasso né fingere che tutto sia regolato secondo un comune accordo, con l'intento di mettere a tacere le opinioni discordanti.
Il quadro delle alleanze che si profila in seno alla "Cig" è sul tavolo dei negoziati: da una parte, i paesi fondatori (Francia, Germania, Italia, Benelux) che avvallano globalmente il progetto costituzionale. Solo su un punto l'Italia si distingue dal club dei grandi e per l'appunto sul riferimento alla religione cristiana. Fino all'ultimo il gruppo del PPE, incitato da un'ampia compagine pro-vaticana costituita dai deputati di centrodestra dei Paesi di forte tradizione cattolica, tra cui a quanto pare militano anche i delegati di Forza Italia e di An nonché i leghisti neo-pagani del dio Po, ha tentato di far approvare l'inserimento di Dio nella Costituzione europea. Per il momento la battaglia è persa ma i vari papalisti dell'ultima ora non sono vinti e già annunciano di riprendere le armi della polemica e della propaganda per tentare di iscrivere la matrice religiosa cristiana nella Carta europea. Dall'altra, il restante gruppo dei paesi, inclusi i paesi candidati, che manifesta apertamente il proprio malcontento chiedendo di riaprire i negoziati su alcuni capitoli del Trattato. Le posizioni non convergono e il dibattito sulle modifiche è ancora in corso nonostante la presidenza italiana abbia sottolineato più volte che il cammino del consenso è ormai in discesa. Si tratta di una rivolta dei piccoli paesi che hanno tutta l'intenzione di tenere aperto uno scontro frontale contro la tabella di marcia del club dei grandi, disposti a concedere solo delle modifiche non sostanziali. Le armi però sono affilate e cominciano a colpire il piano dei lavori della Conferenza considerato "troppo limitato", poiché irregimentato entro steccati ideologici funzionali a non far deragliare il dibattito dai binari preconfezionati.
L'ordine delle rivendicazioni ha al suo primo gradino il rifiuto dei paesi candidati e del club dei paesi piccoli alla sostituzione della rotazione semestrale della presidenza con un presidente in carica per due anni e mezzo, prorogabile per altri due anni e mezzo. Al secondo posto l'esigenza di contare su un commissario per ogni paese, come è solennemente dichiarato nel Trattato di Nizza, e non su un semplice rappresentante senza diritto di voto. Il nuovo progetto, infatti, prevede 15 commissari con diritto di voto mentre gli altri restano in un angolo senza voto né portafoglio. Una richiesta condivisa dalla stessa Commissione esecutiva che ha serrato i ranghi e a gran voce chiede di riprendere i negoziati sulla composizione della Commissione, in quanto afferma Prodi "il commissario è il vincolo, l'immagine, di un paese con la Commissione e con i cittadini". Inoltre, l'Esecutivo comunitario per aggirare l'ostacolo ha presentato una proposta innovativa e originale: formare "almeno sette gruppi di commissari" riuniti per materia. Ciascun gruppo avrà il suo presidente e nessun commissario potrà partecipare a più di tre gruppi. Inoltre l'Esecutivo comunitario chiede di ampliare il numero delle materie di cui è competente senza ricorrere al veto dei paesi membri, per esempio nella legislazione fiscale e nella lotta contro la frode fiscale.
Su un altro versante si collocano, invece, le richieste del governo britannico, i cui comunicati affermano che è inaccettabile anche solo l'idea di comunitarizzare la difesa e la politica estera, considerate come due aree di vitale importanza strategica nazionale. Il Regno Unito, infatti, non soltanto non vuole rinunciare al diritto di veto sulla fiscalità, sulla sanità e sui procedimenti penali, ma anche non intende accettare la clausola della difesa comune europea, in quanto sarebbe un'inutile copia dell'ombrello difensivo dell'ONU. Una posizione straordinariamente polemica viene giocata dalla Spagna di Aznar che potrebbe causare non pochi grattacapi al suo amico Berlusconi, nell'ipotesi che le proprie aspirazioni e richieste non fossero tenute nella giusta considerazione. Il Governo spagnolo, infatti, secondo fonti ufficiali, non solo rifiuta il nuovo sistema di votazione previsto dal progetto di Costituzione ma non è disposto a negoziare nessun'altra soluzione se non quella di restare fedeli agli accordi del Trattato di Nizza. Nel nuovo progetto le decisioni verranno adottate quando saranno appoggiate da una maggioranza di paesi che rappresentano almeno il 60% della popolazione. Un cambio di registro favorevole ai paesi con popolazione numerosa, che indebolirebbe il peso politico della Spagna che a Nizza aveva contrattato una ridistribuzione di voti nel Consiglio, ottenendone 27, un numero quasi pari a quello dei grandi dell'Unione (Francia, Inghilterra, Germania e Italia) che ne hanno due in più. In cambio però la Spagna aveva ceduto una parte della sua pattuglia di deputati, passando da 64 a 50, cioè, una perdita sostanziale di valore parlamentare. Il governo spagnolo minaccia ostruzionismo e ripete che la Convenzione non aveva il mandato di rinegoziare gli accordi di Nizza. Contro chi ritiene che la partita sia chiusa il primo ministro Aznar e la ministra degli esteri Ana De Palacio brandiscono l'arma del voto all'unanimità che è condizione indispensabile a far scendere il sipario sul Trattato. Una richiesta che ha l'appoggio pieno della Polonia che, per la quantità di popolazione, condivide lo stesso obiettivo di rivendicare il mantenimento del sistema di votazione stabilito a Nizza. Insomma, un ginepraio che spetta alla Presidenza italiana sciogliere e ricucire con il filo del consenso. Ma le infusioni di ottimismo cui il governo italiano fa ampio uso per migliorare il proprio stato di salute non bastano, in assenza di una strategia di ampio respiro, a tacitare le riserve su cui si interrogano le cancellerie europee. |
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