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La polemica sull'IraqDichiarazioni di Vattimo e reazioni | |
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Vattimo: Al Zarkawi è come un partigiano ROMA - Non bastavano le polemiche sulla sentenza milanese di assoluzione, a sorpresa, del gruppo di islamici accusato di reclutare kamikaze per l' Iraq. Ieri sera una dichiarazione del filosofo Gianni Vattimo ha sicuramente gettato olio sul fuoco di queste polemiche. «Al Zarqawi è da paragonare ai partigiani della Resistenza: anche loro venivano chiamati banditi dai nazisti»: è stata infatti l' opinione espressa dal sessantottenne professore torinese (famoso per la sua teoria del «pensiero debole») intervenendo ieri sera alla trasmissione «Controcorrente», condotta da Corrado Formigli, e in onda su Sky Tg24 dedicata all' Iraq. Alla domanda se chi ha sparato contro il maresciallo Simone Cola sia da considerare un terrorista o un guerrigliero, Vattimo ha risposto: «Secondo me è un guerrigliero, non un terrorista. Lì a Nassiriya era in corso una battaglia, si sparava da entrambe le parti. Semmai - ha proseguito Gianni Vattimo - la responsabilità di quello che è successo è del ministro della Difesa, Antonio Martino, che non ha attrezzato i nostri soldati in modo adeguato, e ha mentito al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, camuffando una missione di guerra per una missione di pace». Opposta, invece, la posizione espressa nella stessa trasmissione dall' ex ministro degli Esteri e segretario del Nuovo Psi, Gianni De Michelis, che alla domanda ha risposto: «Un terrorista è comunque colpevole di omicidio». Lo spietato e inafferrabile giordano Abu Musab Al Zarqawi è considerato il capo della rivolta irachena e appena due giorni fa ha rinnovato le minacce di morte contro chi andrà a votare, proprio mentre il governo iracheno annunciava la cattura del suo braccio destro Hassan Hamad Abdallah Mohsen al Dulemi.
Al Zarqawi partigiano, a sinistra nessuna condanna per Vattimo
Gianni Vattimo, pungolato a Sky News da Corrado Formigli che gli chiedeva se il maresciallo Simone Cola, abbattuto a Nassirya da un colpo di fucile mentre era su un elicottero, fosse stato ucciso da un terrorista o da un guerrigliero ha risposto che si trattava certamente di un guerrigliero. «Il perché, è la logica che lo suggerisce - chiarisce Vattimo il giorno dopo -. Era in corso una battaglia, e si sparava da entrambe le parti. Ma in trasmissione ero continuamente strattonato verbalmente da Gianni De Michelis, che mi dava sulla voce, incalzava. E così, a furia di sentirlo dire che chiunque si oppone all’occupazione americana in Iraq è un terrorista, sono scoppiato». Scoppiando, o sentendosi provocato, ha concluso: Al Zarqawi è paragonabile ai partigiani della Resistenza. Ma Bush, in questo caso, che ruolo avrebbe nella ricostruzione di Vattimo? Girata ad altri esponenti del centrosinistra, la domanda trova risposte, come suol dirsi, «articolate», ma a sorpresa, nessuna condanna. Premesso che in Iraq c’è tutto, terrorismo, guerriglia e resistenza, Marco Boato nota: «Ci sono azioni di terrorismo anche nella resistenza agli occupanti, anche in quella italiana, e l’esempio principe è quello di Via Rasella». Spiega Luciano Violante che alla radice del pensiero di Bush «c’è una cultura giuridica molto diversa da quella latina ed europea: gli americani non fanno alcuna differenza tra terrorismo e guerriglia, tra azioni in tempo di pace o di guerra. Nel loro codice, si tratta della stessa cosa. Il perché è semplicissimo: gli Stati Uniti non hanno conosciuto la seconda guerra mondiale e l’occupazione, né tantomeno il fenomeno della resistenza». In più, visto che il discorso di Vattimo partiva dal maresciallo Cola, «quel che pesa è l’ambiguità in cui si trovano gli italiani, inviati in guerra per adempiere a una missione di pace», con tutte le pericolose sperequazioni di mezzi e regole di ingaggio, e per giunta comunque sottoposti al codice militare. Nell’ossimoro che qualche volta la politica italiana rappresenta, è proprio il pacifista pasdaran Paolo Cento, invece, a prendersela con Vattimo, che ha sbagliato perché se «di sicuro è legittimo che gli iracheni insorgano contro l’occupazione straniera, non si può però instaurare da questa premessa un paragone con la Resistenza italiana: per la semplice ed evidente ragione che gli americani non sono i nazifascisti, ma solo l’espressione di un moderno impero». Idem per il rifondarolo Ramon Mantovani, «in Iraq ci sono forme di resistenza assolutamente legittime, anche sotto il profilo del diritto internazionale», ma «alcune, penso ad esempio ai kamikaze, a chi imposta le proprie azioni col fine di instaurare una teocrazia, non ci vedranno mai solidali». «Quando degenera il linguaggio, degenera la realtà»: Saverio Vertone mette le mani avanti e rievoca le parole di Broch per spiegare che «siamo prigionieri di un equivoco verbale mostruoso, abbiamo mandato in guerra soldati in missione di pace, e dunque armati di fucili col biberon in canna, e per oscurare questa bugia abbiamo commesso l’atto più altamente immorale: mettere a rischio la vita di altri italiani, i nostri soldati». L’indignazione poi non offusca il sarcasmo, in Vertone: «Dopo la guerra umanitaria, abbiamo inventato la guerra per beneficenza, poiché Dio - questo è quel che sostiene Bush - ha investito gli americani del compito di diffondere la democrazia... Il termine terrorista ormai viene usato solo per squalificare chiunque non accetti questa guerra». Una violenza, anche verbale, insolita nel Vecchio Continente. Marco Boato, che pure votò difformemente dal suo gruppo politico a favore dell’intervento multilaterale in Afghanistan, ricorda che fu San Tommaso ad affermare «la liceità del tirannicidio». Ricorda che «c’è del terrorismo anche nelle azioni della Resistenza italiana». E’ la memoria di una polemica davvero made in Italy. Correva l’anno 1980 e Marco Pannella diede la miccia al revisionismo. L’azione partigiana di Via Rasella era «un atto di terrorismo», paragonabile per giunta a quelli delle Brigate Rosse. La querelle che ne seguì fu feroce, con Giorgio Amendola e con Antonello Trombadori, che a quell’azione aveva partecipato, in prima linea. I protagonisti finirono in tribunale, la polemica dura ancora. Perché non sempre le categorie del passato servono ad interpretare il presente.
Effetto elezioni, vacilla in Italia il fronte del no
ROMA - Effetto elezioni: il giudizio di fondo non cambia, ma porta spesso e volentieri a conclusioni diverse. Capita ad esempio che di fronte all’insperato 60 per cento di affluenza, perfino un ostinato anti-Bush come il filosofo Gianni Vattimo , che pochi giorni fa aveva paragonato Al Zarkawi ad un «partigiano della Resistenza», arrivi a dire: «Sono contento». Certo, la diffidenza nei confronti degli americani resta la stessa: «Non so davvero se dare retta alle notizie sulle elezioni, dato che passano tutte sotto il loro controllo». Però, «se la prova delle urne dimostrerà di avere funzionato non potrò che rallegrarmi. E se veramente gli iracheni riuscissero ad avviare una pacificazione del Paese, con il conseguente ritiro delle truppe straniere, non potrei che essere soddisfatto». E che dire del ministro Rocco Buttiglione ? Anche lui, seppure dall’altra parte della barricata (centrodestra), non avrebbe voluto questa guerra: «Sono stato sempre contrario perché convinto che si poteva ancora tentare di disarmare pacificamente Saddam». Poi però ha accettato la presenza di truppe italiane, inviate dal governo di cui fa parte «in missione di pace». Ora Buttiglione vede con favore la vittoria sciita perché «i sunniti sono stati per lungo tempo la comunità privilegiata». Però chiede, nello stesso tempo, che il successo elettorale acceleri la fine della presenza militare straniera: «Speriamo che ora l’Iraq si doti di forze armate e di polizia efficienti e faccia tornare a casa i nostri soldati». Parole che altri esponenti del governo non pronunciano. Almeno con questo accento.
Anzi, la prudenza sembra regnare anche in alcuni settori del centrosinistra. Il diessino Umberto Ranieri sostiene che ora la comunità internazionale e l’Unione Europea «devono fornire il massimo sostegno alle autorità irachene che dovranno valutare e indicare tempi ragionevoli entro i quali avviare il ritiro delle forze militari presenti oggi su quel territorio». E Antonio P olito , che parla di «giornata storica», si spinge ad affermare che «proprio il successo del voto dimostra che, per tenere sotto controllo l’ordine pubblico, c’è ancora bisogno dell’aiuto occidentale». Certo, precisa il direttore del Riformista , «bisogna sentire che cosa ne pensano le nuove autorità irachene, ma a questo punto sarebbe molto meglio restare fino a quando serve».
Ma resiste, sia a destra che a sinistra, anche un’area di diffuso pessimismo, politici e intellettuali che continuano a parlare di elezioni-farsa. Lo storico Franco Cardini , conservatore, è convinto che «fra poche settimane gli sciiti presenteranno il conto agli americani». Il «fallimento» sarebbe legato soprattutto all’astensione dei sunniti: «Le elezioni avrebbero avuto successo se avessero rappresentato un elemento di discontinuità con l’attuale situazione. Ma ciò poteva avvenire solo con il ritiro delle attuali truppe e l’arrivo dell’Onu. Cosa che non è regolarmente avvenuta». Deluso dalle urne irachene è anche il giornalista Riccardo Barenghi , che pure aveva suscitato una marea di reazioni a sinistra confessando sul Manifesto la sua preferenza per gli americani rispetto ai «tagliatori di teste». Ora così si esprime: «Queste elezioni non hanno una grande rappresentatività perché condizionate dalla guerra in corso. Se fossero andati a votare, almeno in parte, anche i sunniti, forse qualcuno avrebbe potuto utilizzare le urne come piccolo grimaldello per cominciare a ribaltare la situazione e instaurare una vera democrazia. Ma purtroppo ciò non è accaduto».
Ma la più severa di tutte appare Simona Torretta , una delle due giovani italiane sequestrate e poi rilasciate in Iraq: «Non credo che il risultato sarà molto rappresentativo di ciò che gli iracheni vogliono. Tutto quello che gli americani desiderano è distruggere questo Paese. Guardate come hanno distrutto Falluja. Lo scenario peggiore è una guerra civile, quello migliore è che le cose rimangano così come sono».
Il partito degli «irriducibili»: urne farsa, non cambierà nulla
ROMA - I militanti del pacifismo italiano, certi cattolici, alcuni intellettuali di sinistra, hanno visto la televisione e non dev’essere stato facile ascoltare quelle voci di donna, quelle irachene in fila davanti ai seggi di Bagdad, senza velo e con i bambini tenuti per mano, mentre i mariti e i nonni già uscivano fieri e un po’ eccitati dall’idea di poter mostrare alle telecamere dei tigì occidentali il loro dito imbrattato di inchiostro. Hanno visto la televisione, o addirittura hanno telefonato giù, ad amici e conoscenti: eppure, la loro posizione sull’Iraq, sostanzialmente, non cambia. Irriducibili? Il verde Paolo Cento , sì. «Abbiamo sentito Bush, Blair e Berlusconi dirci che sono state elezioni democratiche: bene, anche se è dura, fingiamo di credergli... Ma allora, a questo punto, il governo italiano non ha più alibi e deve ritirare subito le nostre truppe dall’Iraq».
Poi, il giornalista Valentino Parlato . «Inattesa, certo... questa consultazione elettorale è stata inattesa. D’altra parte, è come se a Roma si fosse andato regolarmente a votare durante l’occupazione nazista e dopo l’attentato di via Rasella: ma va bene, gli iracheni sono andati e questo è il punto che deve interessarci. Ma perché sono andati? Perché hanno voluto darci un segnale della loro esistenza: si sono solo voluti riprendere l’Iraq... E allora, mi chiedo: il nostro esercito perché resta ancora laggiù?».
Su questo concetto - «far tornare a casa il contingente italiano» - concorda anche l’ala cattolica del mondo pacifista e di sinistra. Don Albino Bizzotto , presidente dei «Beati». «Non dobbiamo soffermarci troppo a riflettere sull’esito delle elezioni... Il problema era e resta l’occupazione militare del Paese: la gente non la sopporta davvero più». È della stessa idea anche Lisa Clark , responsabile dei «Beati i costruttori di pace»: «Mi sono commossa nel vedere quelle donne in fila fuori dai seggi... Purtroppo, ho un timore: tutto questo, con le forze d’occupazione ancora presenti, potrà davvero portare a un vero cambiamento politico?».
Il filosofo Gianni Vattimo , infatti, è incredulo. «Aspetto con curiosità che i clamorosi dati sull’affluenza alle urne vengano confermati: se così fosse, con il loro 60%, sarebbero gli iracheni a dare una lezione di democrazia agli americani, che come noto a votare ci vanno sempre meno... Ma è credibile tutto questo? Lo ammetto, resto scettico. Anche perché la democrazia dei carri armati va verificata nel tempo...».
Ecco, appunto: carri armati, bombardamenti e torture. Pur con sfumature diverse, queste immagini tornano anche nei discorsi di molti esponenti diessini, da Mussi alla Melandri, che pure sono rimasti sorpresi dall’esito della consultazione elettorale. Nichi Vendola , il candidato della Gad alla Regione Puglia, che non s’è perso un solo corteo pacifista, ironizza invece polemico: «Mi chiedo: gli iracheni, per fare un favore a me che sono pacifista e un dispetto agli americani, che sono invasori, avrebbero forse dovuto rifiutarsi di votare? Ma è logico?». E poi Sergio Staino , il papà del fumetto più amato dalla sinistra italiana, «Bobo»: «Quelle donne in fila davanti ai seggi non possono farci dimenticare i corpi di tanti civili straziati dalle bombe...».
La memoria. «Io, in queste ore, cerco di averne - dice Furio Colombo , direttore dell’ Unità - e mi chiedo: era possibile eliminare Saddam senza intervenire militarmente? Era possibile non credere alle bugie che ci raccontarono, pur di scatenare la guerra, Bush, Blair e Berlusconi?».
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