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L'Europa alza i muri
ai lavoratori dell'Est

Allargamento sì, ma le frontiere
restano in piedi per i prossimi anni



di Giuseppe Iannantuono
da Avvenimenti, 27 febbraio - 4 marzo 2004


A parole dicevano "venite a noi", nei fatti i muri, invisibili ma ben solidi, si stanno alzando. Infatti, nonostante le promesse di aprire i mercati del lavoro subito dopo l'ampliamento fatte durante i negoziati di adesione, gli stati della vecchia Europa sbattono la porta in faccia ai lavoratori dell'est. Solamente l'Irlanda e il Regno Unito - le cui rispettive economie necessitano di manodopera non qualificata - hanno dichiarato la piena disponibilità a mantenere aperte le frontiere del loro mercato del lavoro ai cittadini dei nuovi paesi membri. Mentre l'Italia, caratterizzata dal solito attendismo, sta alla finestra ma, considerata la composizione dell'attuale maggioranza di centro-destra, non è difficile ipotizzare quale sarà la scelta. I governi nazionali legittimano la politica delle porte chiuse ai lavoratori dell'est con il timore di un'invasione di immigranti in cerca di lavoro e con la paura per le sorti del welfare impreparato a reggere l'urto dell'aumento del carico di spese, specie quelle sociali e di inserimento. Affermazioni che lasciano perplessi per la loro insufficienza argomentativa visto che sono i primi a tagliare i fondi destinati ai regimi sociali. Comunque, affermano di rispettare alla lettera il Trattato di adesione firmato lo scorso aprile ad Atene, il cui testo contiene una clausola che permette a ogni paese membro dell'Unione di sospendere unilateralmente la normativa sulla libera circolazione.

Il procedimento adottato, per difendersi dall'orda profittatrice che vuole attentare al sistema sociale europeo, consiste nel legiferare misure restrittive della libertà di movimento dei lavoratori dell'est durante i prossimi due anni, con una possibile clausola di estensione del divieto di altri tre anni. Per praticare tale politica discriminante non è richiesta nessuna notificazione formale alla Commissione circa gli strumenti utilizzati allo scopo di limitare l'accesso di manodopera. Si tratta, dunque, di una faccenda attinente alle strategie nazionali di ciascun singolo stato, che possono affrontare liberamente con lo sguardo rivolto agli egoismi, interessi ed opportunità del momento. Per esempio le misure in cantiere potrebbero valere specificamente per i polacchi ma non per gli ungheresi - raddoppio della discriminazione - oppure prevedere progetti di restrizioni per scomparto economico, per cui le limitazioni di circolazione potrebbero colpire i lavoratori del settore edilizio e a quello dell'agricoltura. In ogni caso le misure restrittive non possono essere permanenti - il limite massimo è di sette anni - cosicché la transizione terminerà nel 2009 quando la libera circolazione dei lavoratori sarà un fatto compiuto e di stretta competenza comunitaria. Allora, lo stato membro che volesse ancora applicare, per altri due anni, misure nazionali per salvaguardare il proprio mercato del lavoro dovrà obbligatoriamente chiedere l'autorizzazione alla Commissione, che deciderà autonomamente quali restrizioni imporre e per quanto tempo. Per il momento i governi nazionali profittano della piena autonomia d'azione e tengono all'oscuro la Commissione sulle politiche in via d'approvazione e non sembra scontato che dalle diplomazie arriveranno informazioni più dettagliate prima del primo maggio, termine ultimo entro cui i Quindici dell'Unione sono giuridicamente tenuti ad informare l'Esecutivo. Di opinione differente è la Commissione che considera del tutto ingiustificata l'ipotesi di un arrivo in massa di immigrati, tale da creare gravi turbamenti nel mercato del lavoro della vecchia Europa. Infatti, la Commissione, forte degli studi di esperti sociologi dei flussi migratori e dei precedenti allargamenti, ritiene che tutto finirà in una bolla di sapone come era accaduto per l'adesione di Spagna e Portogallo. Anche all'epoca molti stati avevano lanciato più volte l'allarme per richiamare l'attenzione dei legislatori sulla difesa dei posti di lavoro dal flusso migratorio in arrivo dai nuovi europei poveri. Per di più le stime fornite dall'Esecutivo parlano di un'immigrazione limitata che non necessita assolutamente misure eccessive di contenimento: si prevede che soltanto 250mila persone potrebbero riversarsi ogni anno e, successivamente, ridursi a 100mila trasferimenti alla fine di questo decennio. In totale e nell'arco dei dieci anni si calcola che l'immigrazione di cittadini dell'est si aggirerà intorno ai 2-3 milioni.

Un impatto facilmente controllabile ma che non convince affatto i paesi membri che continuano a temere una migrazione massiccia dall'est verso l'ovest. "Ma - come afferma Nanette Ripmeester, direttrice dell'ufficio Esperti nella mobilità lavorativa - ciò potrebbe succedere all'inizio però è altamente probabile che ci sia un processo inverso poiché molte imprese e multinazionali potrebbero cogliere l'occasione per esplorare nuovi mercati con un costo del lavoro inferiore". Così l'Europa senza frontiere esisterà solamente per i cittadini dei vecchi paesi aderenti mentre i nuovi dovranno abituarsi a convivere con procedure di controlli e riti burocratici al fine di ottenere permessi speciali di soggiorno e di lavoro. Come si evince questo provvedimento mette tra parentesi la libera circolazione delle persone che costituisce uno dei pilastri delle libertà fondamentali garantite solennemente dal Diritto comunitario, il quale stabilisce il diritto di vivere e di lavorare in un altro stato membro. Inoltre, la libertà di movimento rappresenta uno degli elementi portanti dell'organizzazione del mercato unico interno e dell'istituzione della cittadinanza europea. Tuttavia, il prezzo dell'allargamento è ritenuto dagli stati troppo alto rispetto ai benefici previsti per preoccuparsi di offrire una valutazione obiettiva e, quindi, disinnescare la situazione paradossale in cui si troveranno a vivere i futuri cittadini europei dell'est, che avranno, dopo il primo maggio festa dei lavoratori senza diritti, un passaporto europeo ma che di fatto non usufruiranno degli stessi diritti acquisiti dai loro più vecchi concittadini di circolare liberamente. A dimostrazione che tutta l'operazione si regge sul bisogno di tenere a bada le paure e di rassicurare la popolazione interna provvede la non applicazione del provvedimento di divieto di soggiorno e di lavoro a Cipro e a Malta, due paesi che non destano preoccupazioni poiché considerati paesi con un basso numero di abitanti. L'obiettivo è, dunque, quello di sedare l'insofferenza generalizzata che serpeggia nell'opinione pubblica dopo la definitiva approvazione dell'allargamento, che non è mai stato totalmente digerito dai cittadini della vecchia Europa. I governi dell'Unione scontano da una parte l'impreparazione politica ed economica all'allargamento e, dall'altra, lo scarso coinvolgimento della popolazione nel processo messo in moto per costruire la grande Europa. Che è vissuto, piuttosto, come un evento calato dall'alto e voluto solo per motivi politici e finanziari, di cui si temono ricadute negative sul benessere. Infatti, l'ultimo sondaggio di Eurobarometro sottolinea l'aumento progressivo della diffidenza dei cittadini europei nei confronti dell'allargamento. Solamente il 47% della popolazione europea sostiene l'allargamento mentre il restante considera i nuovi arrivati come degli intrusi che mettono in pericolo il mercato del lavoro e il sistema sociale ed assistenziale.

La battaglia politica è appena cominciata ed è condotta anche mediante una campagna allarmistica dai toni apocalittici, come si sta verificando soprattutto nel Regno Unito, dove la destra britannica denuncia da parecchi mesi il rischio che l'allargamento porterà masse indigenti e pericolose. Una situazione esplosiva che potrebbe produrre sullo scacchiere europeo un effetto domino scatenando persino all'est una guerra tra paesi più poveri e paesi più ricchi. Ne è uno esempio l'intervento dal ministro ungherese Peter Balaz, il quale non volendo essere da meno rispetto ai suoi colleghi tedeschi ed austriaci, ha ventilato la possibilità di far approvare restrizioni sulla libertà di movimento e di accesso nei confronti dei lavoratori della Polonia e della Slovacchia. In conclusione, l'Europa della solidarietà somiglia sempre più a uno slogan pubblicitario utile per confezionare trattati e proclami sul valore aggiunto del modello europeo ma che bisogna passare sotto silenzio per non interferire sui risultati delle prossime scadenze elettorali. Un'immagine che, finché la freccia dell'economia ha puntato verso l'alto, è stata utile per coagulare intorno a sé larghi strati dell'opinione pubblica, ma che non serve più a nessuno ora che la crescita si è inceppata e la politica è tornata nelle mani degli interessi nazionali.