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Alla conquista dell'est
Gli imperi mediatici si espandono nei nuovi paesi dell'Unione. Grandi concentrazioni crescono (ancora un po') di Giuseppe Iannantuono da Avvenimenti, 26 marzo - 1 aprile 2004 |
I tykoon nordeuropei alla conquista dell'Est. Con le aziende assaltano mercati, con le lobby premono sull'Unione europea per mantenere ferme le norme nazionali e comunitarie. Tanto la Ue è inadempiente nel disciplinare i monopoli e le nuove forme di proprietà, nate con lo sviluppo del digitale, la moltiplicazione dei canali e la convergenza tra analogico, digitale, informatica e telecomunicazione. Risultato: il pluralismo va a farsi benedire, i media si concentrano e finiscono nelle mani di un gruppo ristretto di persone che acquisiscono potere e un'influenza da imporre, anche con minacce politiche e finanziarie, il dominio sui mercati.
Minacce che rischiano di condizionare fatalmente i mercati emergenti dell'Europa dell'Est. Qui la caduta del muro ha significato l'arrivo dei gruppi mediatici dell'Ovest che hanno letteralmente fagocitato i giornali locali. In mancanza di vincoli capaci di limitare l'accesso alla proprietà da parte di società straniere, l'operazione è facile. La lista dei gruppi che hanno preso fette di mercato sempre più larghe negli ex paesi del blocco è lunga. La parte del leone la fanno le grandi società del nord, secondo una strategia di acquisizione graduale dei media regionali fino a raggiungere posizioni di dominio a livello nazionale. Un'opportunità che non è sfuggita al gruppo Passeur Neue Presse, sede in Baviera, che dal 1990 ha cominciato comprando i giornali regionali nella Repubblica ceca, fino a raccogliere quasi il 100% del mercato regionale e due quotidiani nazionali. Una strategia di accerchiamento di gran successo che è stata utilizzata anche in Polonia e in Slovacchia. Stessi appetiti quelli del gruppo tedesco Burda che, oltre ad occuparsi di radio e di network in rete, ha 200 testate tra settimanali e quotidiani in 28 paesi, con ramificazioni in Asia, in Europa centrale e in Brasile. Per sbaragliare la concorrenza della stampa locale, il gruppo ha ormai spostato l'asse delle sue attività nell'Europa dell'est, attraverso un'apposita società, La Burda Verla Osteuropa. Si è trattato di un vero piano di invasione, finito con 46 testate, tra quotidiani, mensili e settimanali, che coprono quasi tutto del territorio della Repubblica Ceca, dell'Ungheria, della Polonia, della Romania. Alla conquista dell'Est anche i potenti media scandinavi. Spiccano per forza d'urto nella competizione internazionale il gruppo svedese Bonnier e la società finlandese Sonoma Wsoy, primo e secondo impero nordico. La storia è identica, identica la struttura operativa: una successione di fusioni, strada maestra per dar vita al monopolio. Sanoma Wsoy, originariamente una casa editrice, ha ampliato il suo raggio d'azione nel settore della stampa e della radiotv acquisendo la Helsinki Media. Ma il colpo grosso è nel 2001 con la fusione con il colosso della stampa olandese Vnu. Un accordo che ha subito proiettato la società finlandese nell'olimpo dei grandi imperi, con importantissime testate in tutta Europa. Tremila testate che costituiscono un'armata schierata all'attacco per conquistare posizioni privilegiate al fine di dominare il mercato dell'informazione in Belgio, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Romania, Slovacchia. Infine, il gruppo Bonnier che, oltre a controllare un quarto della vendita dei giornali svedesi (quattro su sette quotidiani nazionali, i due settimanali più venduti, stampa i tre giornali popolari più diffusi, nonché il primo quotidiano finanziario) ha operato notevoli acquisizioni in Norvegia, Danimarca, Lettonia, Finlandia. Sempre tenendo un occhio al mercato dei paesi dell'allargamento per agguantare le opportunità di una realtà economica e finanziaria senza troppi lacci e lacciuoli. Nonostante la penetrazione del colosso svedese sia a macchia di leopardo, almeno per ora, tuttavia ha già conquistato una posizione dominante nei quotidiani economici e nelle riviste di affari dei nuovi paesi dell'Unione.
Sul fronte occidentale le cose non vanno meglio. I monopoli regolano il mercato dei media e del divertimento secondo una logica d'impresa e una strategia dell'informazione partigiana (i giornali e le televisioni di Murdoch di volta in volta appoggiano la Thatcher, Blair, ed esaltano la sterlina e il suolo inglese contro il malefico euro e la perdita d'identità europea). I grandi e potenti gruppi mediatici, Vivendi Universal, Bertelsmann, Rupert Murdoch, Mediaset (anche se la sua particolarità è quella di essere un'impresa puramente nazionale), inglobano attraverso proprietà incrociate cinema, tv, editoria, musica, nonché i nuovi media informatici, i parchi tematici, lo sport, la stampa quotidiana e i periodici, il teatro. In questo panorama, il caso Italia è un "cattivo maestro" per le giovani democrazie dell'Est. Oltre la posizione dominante, il modello Mediaset, e cioè conflitto di interesse tra la funzione politica esercitata dal premier e i suoi interessi privati nell'economia e nei media, diventa la bestia nera non solo per la stampa internazionale ma anche e soprattutto per le Istituzioni europee. Per ultimo è toccato al Consiglio d'Europa denunciare il monopolio dei media che in Italia appartengono al capo del Governo, con l'aggravante delle sue funzioni istituzionali che lo pongono nella condizione di intervenire sia sulle nomine che sulla linea editoriale della RAI.. Un accumulo di poteri che dà a Berlusconi la sostanziale tutela politica e finanziaria sui media, costituendo una minaccia alla libertà di espressione e un grave danno alla rappresentanza democratica delle opinioni dell'opposizione.
Una denuncia che preoccupa solo una parte dei parlamentari europei, quella che ha richiamato l'attenzione sull'impoverimento della diversità e la crisi della qualità dell'informazione, omologata nel linguaggio e nelle notizie trasmesse, nel tentativo di aprire un dibattito pubblico sul diritto del cittadino ad un'informazione libera e completa.
La Commissione esecutiva però sembra non aver fretta di regolare le competizioni tra tykoon con norme capaci di porre limiti giuridici all'accesso alla proprietà dei mezzi d'informazione al fine di garantire il pluralismo e la protezione della libertà d'espressione. Una direttiva che viene sempre annunciata, ma che non arriva. Un atteggiamento considerato da molti al limite della complicità con le grandi imprese mediatiche, e che è del tutto in linea con la prassi istituzionale sviluppata in obbedienza ai principi del liberismo. Infatti i gruppi mediatici agiscono come una fortissima lobby nelle Istituzioni, chiedendo apertamente una maggiore deregolarizzazione delle leggi relative alla proprietà. Un silenzio assordante, secondo Aidan White, segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti, preoccupato per l'incapacità "dei legislatori europei a far fronte al problema sollevato dall'intreccio relazionale tra la volontà della politica e il potere delle lobby delle società mediatiche. E' da dieci anni - conclude amaramente - che la Commissione dell'Unione europea ha promesso di intervenire nel campo della comunicazione ma niente è stato ancora fatto. E' la situazione peggiora ogni giorno di più".
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