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Prima e dopo la normalizzazione

www.giannivattimo.it, ottobre 2004


Il prima e il dopo sono diventati termini decisivi nell'attuale situazione politica, soprattutto nel dibattito della sinistra. E' infatti intorno alla questione di queste "precedenze" che si gioca la sempre più incombente "normalizzazione", destinata a concludersi, a quanto si può vedere oggi, con la nuova vittoria di Bush in America e la quasi altrettanto probabile nuova affermazione di Berlusconi nel 2005 e nel 2006. Si comincia, per dir così, con l'unità nazionale creata dal rapimento delle due cooperatrici italiane a Bagdad. Bertinotti (del resto già segnalatosi nei mesi precedenti per le sue professioni di non violenza: addio rivoluzione!) sostiene, insieme al centro sinistra, che bisogna prima di tutto ottenere la liberazione di nostri ostaggi, e solo dopo (o nella migliore delle interpretazioni: separatamente!) ricominciare la battaglia per il ritiro delle truppe italiane. Come sottofondo di questo, continuano nella sinistra (o quel che è) le discussioni su quando fare le primarie, e su quando cominciare la costruzione del famoso (e fumoso) programma dell'Ulivo per le prossime scadenze elettorali: fare prima la federazione e dopo il programma? O prima il programma e dopo la federazione? E via tormentoneggiando.

Sabato scorso 25 settembre, poi, esce sul Corriere della sera un elegante scambio di opinioni tra il senatore Franco Debenedetti e Paolo Mieli; il quale lo conclude significativamente così: "Con Debenedetti, non credo che ci sarà pace finché il terrorismo non sarà debellato". E poiché, come scrive poco sopra "la storia ci insegna che è più facile combattere la povertà e le ingiustizie in un clima di ancorché relativa pace", la conclusione è facile da trarre, anche se nel testo di Mieli non è così esplicita: chi si batte per vincere la povertà e le ingiustizie deve prima di tutto aiutare gli Stati Uniti a vincere la guerra in Iraq. Magari mandando altre truppe anche italiane a combattere laggiù sotto l'inutile maschera della Nato, come i "moderati" guidati da Ferrara hanno proposto da ultimo. Come Bertinotti con gli ostaggi - nessun nesso tra la nostra partecipazione attiva alla guerra di Bush e la sorte delle nostre connazionali - così Debenedetti-Mieli: la "guerra al terrorismo" va vinta a tutti i costi, solo nella pax americana ristabilita si potrà anche parlare di lotta alla fame e alle malattie.

Il guaio è che siamo sempre in meno a scandalizzarci di queste evidenti analogie. Sia che il terrorismo più o meno "guidato" provochi altri danni raccapriccianti per aiutare la campagna elettorale di Bush, sia che riesca il colpo della conferenza internazionale SULL' Iraq (al di sopra delle teste degli iracheni) che ora è proposta da Powell, è difficile non aspettarsi che fra qualche mese saremo tutti ordinatamente schierati agli ordini di Bush (o di Kerry, perché no) nella difesa della nostra democrazia e "del nostro modo di vita" (come scrive il Foglio) contro la barbarie islamica. Qualcuno vede altri esiti?

Gianni Vattimo