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I giornalisti europei denunciano
re Silvio

Un'indagine sull'Italia: la Gasparri a uso e consumo del premier


Di Giuseppe Iannantuono
Da Avvenimenti, 16-22 gennaio 2004

L'Unione europea ha più volte suonato l'allarme. Il controllo, diretto e indiretto, sulle televisioni da parte del presidente del Consiglio si aggira intorno al 95 per cento. L'ultima iniziativa avvallata dall'Europa risale a due mesi fa. Il Parlamento europeo ha incaricato la Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini di elaborare un rapporto riguardo ai rischi di violazioni nell'Ue e, nello specifico, in Italia della libertà di espressione e di informazione. Successivamente, l'Ocse (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) che ha sottolineato, lo scorso dicembre, come l'Italia costituisca un pericoloso precedente di monopolio informativo per gli altri paesi e soprattutto per i dieci dell'allargamento; cioè, un cattivo esempio di mancato rispetto dell'autonomia e della concorrenza nel campo dell'organizzazione del sistema dei media.

Una situazione inquietante che è il risultato del conflitto irrisolto tra la funzione pubblica svolta da Berlusconi e i suoi indicibili interessi economici. Ora, invece, è la federazione europea dei giornalisti (EFJ) a lanciare l'allarme. Un atto di accusa contro l'Italia e le sue norme in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e contro l'influenza invasiva della politica nel lavoro dei giornalisti, sempre più messi sotto pressione dalle convergenze insidiose tra potere legislativo e potere economico. La relazione finale elaborata a conclusione di una serie di interviste a personaggi del giornalismo italiano (la lista comprende Lucia Annunziata, Emilio Fede, Giuseppe Tesauro, Enzo Biagi, Maurizio Belpietro e molti altri) raccomanda un complesso normativo per rafforzare e salvaguardare l'indipendenza e la libertà di espressione. L'obiettivo è contrastare le carenze legislative italiane e rimediare alla scarsa volontà politica di legiferare regole certe sul pluralismo dell'informazione. Da questo punto di vista la legge quadro Gasparri sul mercato dei media è considerata inadatta a risolvere il problema del pluralismo, che è valutata piuttosto come un'emanazione diretta a favorire gli affari di famiglia di Berlusconi. Il trucco escogitato era semplice: si trattava di allargare le maglie del sistema per far rientrare acquisizioni e maggiori introiti pubblicitari senza infrangere i parametri stabiliti dalla legge sulla concorrenza e dall'Autorità dell'antitrust. In realtà, la legge Gasparri avrebbe creato un sistema pericoloso per il pluralismo e la libertà di informazione, in quanto la definizione imprecisa del Sic renderebbe alquanto difficile determinare la posizione dominante e, in seconda istanza, impossibile identificare le situazioni di monopolio.

L'indagine non aggiunge niente di nuovo a quello che già si conosce e che tanti ripetono da molto tempo. Tuttavia, la relazione ha il pregio, da un lato, di ricordare come l'acquisizione dello strapotere mediatico di Berlusconi sia frutto anche e soprattutto della povertà ed inconsistenza di interventi legislativi e, dall'altro, di raccontare il clima di insofferenza governativa nei confronti del mestiere giornalistico, colpevole di fomentare fondamentalmente sospetti sulla dirittura morale del Premier. E' esemplare, infatti, il rifiuto da parte sia del ministro Gasparri sia dello staff della Presidenza del Consiglio di incontrarli per discutere appunto di libertà di informazione e di riforme della situazione della televisione italiana.