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La nostra (vacua) democrazia(luglio
2009)
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Anche quelli fra noi che hanno sempre pensato alle
(elezioni) primarie come a un possibile toccasana contro le degenerazioni
burocratiche e gerontocratiche dei partiti oggi cominciano a nutrire fieri
dubbi. Non si parla certo di primarie di tipo americano, dove un partito
deve scegliere il candidato alla suprema carica dello stato; il quale
dunque deve corrispondere agli orientamenti della base e anche mostrare la
massima capacità di battere il candidato avversario. Da come il discorso
sulle primarie si sta svolgendo nel (fino ad ora) massimo partito
dell’opposizione l’impressione che si trae è che qui si stia solo
compiendo un altro passo sulla via del suicidio della democrazia – almeno
intesa nel senso del governo della maggioranza e del principio “una testa
(appunto; bah) un voto”. Non è forse vero che ormai, persino nei dibattiti
che oppongono i sostenitori dei singoli candidati, ciò che emerge sempre
di più è il bisogno di un capo carismatico, e cioè di qualcosa che sta
all’estremo opposto del leader coscientemente votato dalla base? Se non
della democrazia stessa e delle istituzioni democratiche del Paese, è più
o meno prevedibile che il suicidio che si compirà sarà quello del partito
che incautamente si sta abbandonando a questa vera e propria orgia di
dibattito precongressuale. Ogni giorno si annuncia una nuova convention
organizzata – con quali forze, con quali soldi – da questo o
quell’aspirante leader. Dovremmo prevedere anche un finanziamento pubblico
per questo tipo di campagne? Una volta – ahimè più di un millennio fa –
queste discussioni precongressuali avvenivano nelle sezioni del (dei?)
partito. Oggi simili entità non esistono più. Basta con il partito
apparato eccetera. Bene o male che sia, è sicuro che la dissoluzione della
vita di base del partito è una componente fondamentale della dissoluzione
della democrazia, interna al partito o anche della democrazia politica
tout court. Se la scelta del leader non è l’esito di una vasto processo di
dibattito di base, che cosa potrà essere se non quello che è ora, la
decisione su chi sia più o meno simpatico,più o meno “nuovo” (o “vuoto”,
come anche si è detto)? Ci scandalizziamo (ancora?) delle veline
berlusconiane, ma qui non siamo lontani da quel metodo.
Se non le primarie, che cosa? Questa domanda forse non
può avere solo una risposta “tecnica”: che potrebbe arrivare fino al
sondaggio telefonico tra un campione di cittadini, scelti a caso o
nell’ambito degli iscritti… O addirittura al vecchio metodo del sorteggio.
So che è paradossale, ma anche questo metodo avrebbe almeno il vantaggio
di non obbligare gli aspiranti leader del partito a dirsene di tutti i
colori di qui al congresso, contribuendo in modo potente ad accentuare
tutte le divisioni interne. Chiamparino ha fatto bene a dire che si
sarebbe dovuto discutere non del chi, ma del “che cosa” fare. La
personalizzazione dello scontro, ancora secondo l’aureo esempio delle
veline berlusconiane, serve solo a non parlare del che cosa. Non sappiamo
bene che cosa vogliamo fare, ma intanto vogliamo prendere il potere: nello
stato, e prima nel partito…
Come si vede chiaramente, questo problema del modo di
eleggere il segretario del partito è solo uno specchio del problema ben
più vasto: di come far funzionare la democrazia. Davvero il modo in cui si
costruiscono le liste dei candidati in un paese come Cuba (almeno, per
quanto ne sappiamo noi) è peggiore di quello che si vede in Italia? Là, se
non andiamo errati, le sezioni del partito – a livello molto periferico,
di quartiere addirittura – si riuniscono e votano con scrutinio palese i
nomi del loro candidato; e si sale così fino alla costruzione della lista.
Naturalmente si dice che questo modo di praticare la democrazia è esposto
a ogni abuso: rivalità personali, manipolazione dall’alto, ecc. E certo
non è il metodo perfetto. Ma vedendo quello che succede oggi in Italia – a
cominciare dalle liste elettorali emanate dalle segreterie centrali, fino
alla lotta per le primarie che si sta svolgendo ora nel PD – noi
cominciamo a non essere più tanto sicuri che il “modello cubano”, così
generalmente esecrato da tacitare ogni possibile discussione razionale –
sia davvero tanto male. Per i più rigidi e pragmatici liberali potremmo
cominciare a osservare che costa sicuramente meno di tutte le kermesse che
si svolgono e si svolgeranno per scegliere il nuovo leader PD. E per i non
molti interessati alla politica, si può osservare che lì almeno non si
tratta solo di chi è più attraente e più “simpatico”. Se questa nostra è
la democrazia, mostrateci qualche cosa di meno desolantemente vacuo.
Gianni Vattimo
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