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SuperNietzsche
Fu amato dalla destra. Poi dalla sinistra.
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Non è solo questione di cente-nario, anche se questo aiuta la ripresa di un interesse che, negli ultimi anni, sembrava alquanto appannato, dopo il periodo della vera e propria "Nietzsche Renaissance" degli anni Sessanta e Settanta. Questa era stata motivata anzitutto dal proposito di "denazificare" Nietzsche, togliendogli, per quanto possibile, le incrostazioni derivate dalla utilizzazione che ne avevano fatto i nazisti.
A questo proposito era ispirata, prima di tutto, l'edificazione critica delle opere di Nietzsche iniziata nei primi anni Sessanta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari (quest'ultimo comunista militante), i quali pensavano che si trattasse di ristabilire la verità dei testi nietzschiani anzitutto sul piano filologico. L'edizione critica dell'enorme massa di manoscritti inediti avrebbe dovuto mostrare a tutti che il Nietzsche teorico di un superomismo di tipo biologico-razziale era un'invenzione fondata anche sulle vere e proprie falsificazioni dei testi operata dagli editori delle opere postume, prima fra tutte "La volontà di potenza".
Almeno in Montinari, il proposito di ristabilire l'autenticità dei testi era anche collegato a un intento di ridimensionamento dell'influenza di Nietzsche sulla cultura e la filosofia del nostro secolo: Nietzsche non era l'antesignano del nazismo che si era voluto far credere, ma non era nemmeno quella figura di pensatore epocale che altri, sia nella cultura di destra sia in quella di sinistra vi volevano riconoscere.
Eppure sarebbe difficile spiegare la rinascita degli studi nietzschiani negli anni Sessanta solo in base a un interesse filosofico o di politica culturale. Capire che cosa avesse veramente detto Nietzsche importa tanto non solo per liquidare un finto maestro, ma perché, nonostante il nazismo, ancora molta gente percepiva nelle sue opere uno spessore filosofico carico di futuro. Chi leggeva Adorno e la sua critica spietata dell'industria culturale non poteva non sentirvi anche l'eco di scritti nietzschiani come "Sull'utilità e il danno della storia per la vita", che metteva in discussione in termini radicali il falso illuminismo delle moderne società occidentali.
Così, accanto all'edizione critica Colli-Montinari, sviluppò, non di rado in polemica con i suoi intenti puramente filologici e, in fondo, di ridimensionamento terapeutico, l'influsso delle grandi letture filosofiche dell'opera di Nietzsche che segnarono tutta la cultura di quei decenni: il libro di Heidegger e quello di Gilles Deleuze ("Nietzsche e la filosofia"), usciti rispettivamente nel 1961 e nel 1962. Heidegger vedeva in Nietzsche il pensatore della fine e del trionfo della razionalizzazione tecnologica del mondo; Deleuze lo leggeva soprattutto in funzione antidialettica - e dunque anche antimarxista e antifreudiana - cioè come il maestro di una visione "affermativa" del mondo, che insegnava a diffidare delle troppo facili conciliazioni che sia il comunismo sia la psicoanalisi offrivano come soluzione alla alienazione dell'uomo moderno.
Si trattava insomma, in entrambi i casi, di una radicalizzazione estrema della critica alla democrazia capitalista che aveva i suoi rappresentanti nella scuola di Francoforte: Adorno, Horkheimer, Benjamin. E, non ultimo, Marcuse. La Nietzsche Renaissance si saldò ben presto, negli anni Sessanta, con lo spirito della contestazione che rifiutava da sinistra il comunismo sovietico.
Domandarsi che senso ha oggi riparlare di Nietzsche significa dunque anzitutto riproporre il problema di ciò che è vivo e ciò che è morto di quella cultura radicale degli anni Sessanta: la teoria critica francofortese, la scoperta del cosiddetto "secondo" Heidegger, l'utopia di una società rinnovata mediante una trasformazione radicale delle forme del potere e della soggettività, fino a Marcuse e la sua idea di un riscatto estetico dell'esistenza. Quella cultura radicale e utopica è stata demonizzata nei decenni recenti, in quanto vi si è vista una minaccia totalitaria, leninista, nemica della creatività individuale. Ma la ripresa di interesse per Nietzsche è forse proprio l'espressione di una nostalgia ben più che superficiale per il radicalismo anni Sessanta, che proprio in quanto ascoltava anche Nietzsche aveva in sé abbastanza individualismo da soddisfare i discepoli di Popper e di Hayek che oggi imperversano. Non solo questo. La fine dei grandi metaracconti, come li ha chiamati Lyotard, cioè delle ideologie globali, totalitarie e insieme rassicuranti come una paternità (e anche la popolarità del Santo Padre ne è forse solo un succedaneo), è stata anche determinata da una consapevolezza di cui Nietzsche fu il massimo annunciatore: non ci sono fatti, solo interpretazioni. Ciò che, del resto con buone ragioni, chiamiamo il reale è un gioco di interpretazioni che si incrociano e danno luogo a interpretazioni condivise e stabili, sempre tuttavia legate al sussistere di paradigmi e aspettative comuni. Il nostro mondo reale è quello a cui accediamo attraverso i mezzi di informazione, che sono agenzie interpretative ormai non più rivestite della sacralità di cui si sono ammantate nel passato, quando il vero era ciò che diceva il papa, o l'imperatore, o più di recente il partito e il suo comitato centrale. Il mondo di Nietzsche è il mondo della pluralità delle interpretazioni divenuta esplicita: tutti oggi, non solo gli intellettuali e gli smaliziati, sanno che "la tv mente"; o che per capire quel che succede bisogna leggere più di un giornale, attingere a più fonti.
GIANNI VATTIMO | |