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![]() | Internazionalizzazione socialista
di Mario Cedrini
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L'Internazionale Socialista (qui di seguito IS) si è riunita in congresso a Roma nei giorni 20 e 21 gennaio del corrente anno. Il Consiglio dell'IS (più di 400 delegati di più di 130 partiti affiliati: tra questi spiccano i nomi degli ospitanti Veltroni, Fassino e Boselli), presieduto da António Guterres, si è interrogato sui principali temi della globalizzazione, dando vita a un dibattito intitolato "Pour une société mondiale plus équitable: Gouvernance, Durabilité, Justice sociale". Il Consiglio ha composto un messaggio destinato alle riunioni del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e del Forum Economico Mondiale di Davos. Infine, l'IS ha pubblicato una serie di dichiarazioni, di cui una sull'economia mondiale, una sulla politica mondiale e una sul recente vertice di Johannesburg (e cioè la conferenza mondiale per lo sviluppo sostenibile).
Di particolare interesse risulta il messaggio ai due Forum mondiali[1], che si apre ricordando l'importanza dell'impegno politico a favore di due valori fondamentali nel contesto della globalizzazione: la pace e la giustizia. Sin dal secondo paragrafo del messaggio, tuttavia, si riconoscono i limiti dell'attuale ordine del giorno della comunità internazionale, fondato sulla dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite, sulle decisioni di Doha circa la liberalizzazione del commercio, sugli accordi di Monterrey (finanziamento dello sviluppo) e sui risultati del vertice di Johannesburg. Un'agenda dunque fortemente deficitaria, che difficilmente si trasformerà nell'accordo, o "contratto" mondiale preconizzato dall'IS. Tale contratto è suddiviso in dieci punti-chiave, concernenti l'utilizzo del commercio internazionale e dello sviluppo sostenibile come motori di crescita per i paesi poveri; la predisposizione di un nuovo approccio per le politiche di sviluppo, che ponga in rilievo l'importanza del reinvestimento in loco delle risorse derivanti dallo scambio con l'estero, soprattutto nei settori di pubblica utilità; la riforma delle regole del sistema finanziario internazionale; l'incoraggiamento a investire nelle persone, nella loro formazione e nei sistemi sanitari; il miglioramento delle condizioni di lavoro e delle strutture di assistenza e previdenza sociale; la lotta alla criminalità organizzata internazionale.
E' tuttavia imprescindibile, per la realizzazione del contratto, la trasformazione radicale delle strutture di governo a tutti i livelli: internazionale, regionale, nazionale e locale. Il messaggio si chiude infatti con l'indicazione dei tre stadi della riforma auspicata di tali strutture:
Nei governi di tali istituzioni la voce dei paesi in via di sviluppo deve essere rappresentata in maniera adeguata perché possano partecipare alle decisioni che li riguardano;
L'attività degli organi governativi di tali istituzioni deve realizzarsi nella massima trasparenza, in modo che si possa conoscere sulla base di quali criteri e per quali scopi le decisioni vengono prese;
I programmi, elaborati per intervenire nelle situazioni di crisi, devono essere decisi con la partecipazione dei paesi interessati, tenendo conto delle conseguenze sociali di questi interventi.
La rilevanza di simili innovazioni, nell'attuale contesto, risulterebbe davvero ingente: si pensi anche solo alle conseguenze rivoluzionarie che tali principi avrebbero una volta inseriti nella governance del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Eppure si tratta di concetti semplici e democratici, tecnicamente facili da imporre. La volontà di dar vita a un dibattito serio sulla possibilità di operare la riforma è però talmente assente da far apparire tali principi come impraticabili, oppure così generici da essere tralasciati senza timore. Come si vedrà più avanti, l'IS ha perfettamente coscienza del carattere utopistico della riforma.
In attesa della realizzazione del "contratto" di rousseauiana memoria, l'IS reputa necessari l'annullamento dei debiti dei paesi più poveri, l'apertura unilaterale dei mercati occidentali alle loro esportazioni, la riforma della Politica Agricola Comune dell'Unione Europea (così come dei sistemi di sovvenzione agricola degli Stati Uniti e del Giappone - "è intollerabile che il bestiame nell'Unione Europea sia trattato meglio di più di un miliardo di donne, bambini e uomini su questo pianeta"), la concessione efficace ai paesi poveri dei medicinali contro le malattie mortali, l'eliminazione dei paradisi fiscali, una pressione politica maggiore orientata all'aumento dell'aiuto pubblico allo sviluppo, la presa in considerazione del major problem della globalizzazione, e cioè l'abbandono a se stessa dell'Africa Subsahariana.
Si ribadisce però che anche un simile programma, volto alla creazione delle condizioni necessarie per la realizzazione del contratto mondiale, non potrà vedere la luce senza la riforma del sistema delle Nazioni Unite, necessaria all'istituzione di una vera struttura di governance mondiale che possa gestire una rete di relazioni internazionali più eque ed equilibrate. Dunque si dovrebbe costituire un Consiglio di Sicurezza economica e sociale, che si occupi della questione dello sviluppo sostenibile a differenti livelli di governo; si dovrebbero riformare il sistema di Bretton Woods e il "Washington Consensus", in modo tale da conferire la giusta importanza non solo alla liberalizzazione dei mercati finanziari e del commercio, ma anche ai bisogni economici e sociali delle popolazioni; si dovrebbe dar vita a un'Organizzazione Mondiale per l'Ambiente (che possa ad esempio controllare l'applicazione del protocollo di Kyoto), rinforzare le disposizioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro; introdurre una serie di clausole sociali e ambientali di tipo non-protezionistico negli accordi della World Trade Organization, evitando che l'educazione, la cultura, la sanità rientrino tra i servizi assoggettati alle regole più ferree della concorrenza. Tali riforme implicano una "redistribuzione profonda dei poteri, che si potrebbe considerare utopica in questo momento, in cui la concentrazione dei poteri appare ancora più grande. Ma l'utopia di oggi deve divenire la realtà di domani".
Nella "Dichiarazione sull'economia mondiale"[2], l'IS invita i paesi della Triade (USA, UE e Giappone) ad assumere le corrette responsabilità internazionali: Stati Uniti ed Europa devono adottare una politica economica che incoraggi gli investimenti e sostenga una domanda accresciuta, nel quadro di una coordinazione crescente delle politiche macroeconomiche stesse. I dati analizzati nel documento costituiscono la base necessaria per comprendere le posizioni dell'IS espresse nella "Dichiarazione sulla politica mondiale"[3] e nella "Dichiarazione sui risultati del summit mondiale per lo sviluppo sostenibile"[4], che contengono certamente alcuni spunti interessanti.
Nella prima si insiste sull'importanza della società dell'informazione (e sul relativo vertice, che si terrà in dicembre a Ginevra). Una nuova linea di frattura tra paesi poveri e paesi ricchi viene individuata nella creazione, nel possesso e nell'utilizzo della tecnologia. Un terzo della popolazione mondiale non crea innovazioni tecnologiche né risulta capace di adottare quelle provenienti dall'esterno per le proprie economie e società. Il traffico Internet sembra fortemente discriminatorio, posto che quello dell'intero continente africano è pari, in volume, al traffico della sola città di New York. Lo scarto tuttavia si presenta anche all'interno dei singoli paesi, anche nel mondo occidentale; e lo stesso sembra avvenire per il settore dell'educazione: per questo l'IS raccomanda ai paesi dell'OCSE in particolare d'investire nella ricerca e nella formazione, favorendo lo sviluppo industriale attraverso una politica d'intervento attivo da parte dello stato. Infine, si ricorda l'alto potenziale di rischio insito nella proposta WTO di inserire il settore dell'educazione tra i servizi contemplati dall'accordo relativo (AGCS), volto a estendere le logiche di mercato già applicate al commercio dei beni appunto ai servizi.
Non solo: un eventuale fallimento dell'incontro dell'Organizzazione Mondiale del Commercio di Cancun (Messico, settembre 2003) potrebbe implicare seri danni per la cooperazione internazionale: sempre più paesi in via di sviluppo adottano le regole del libero scambio nella convinzione di progredire sulla via della crescita e dell'eliminazione della povertà. Se tuttavia le tecnologie si dimostrano difficilmente trasferibili a livello internazionale, le sovvenzioni statali alle imprese occidentali sussistono, e per di più in un contesto nel quale molti dei prodotti dei paesi sviluppati continuano a godere di alte protezioni, i paesi in via di sviluppo saranno condannati alla rincorsa, senza alcuna garanzia di successo. Se la situazione non dovesse modificarsi in senso positivo nel corso dell'anno, il vertice di Cancun rischia di enunciare nuove proposizioni per lo sviluppo che non possono che restare lettera morta.
La Dichiarazione sul summit di Johannesburg include invece l'indicazione di una possibile "via socialista" allo sviluppo globale. L'IS non nasconde la propria delusione circa i risultati del vertice, in particolare per quanto concerne la mancata volontà di riformare un sistema di istituzioni internazionali che ha da tempo mostrato i suoi limiti, ma anche l'impossibilità di giungere a sottoscrivere impegni chiari sulla cancellazione del debito dei paesi poveri, sull'accrescimento degli aiuti per la crescita [5], sulla riduzione delle sovvenzioni agricole e degli impedimenti commerciali al libero scambio mantenuti in vita dai paesi occidentali. Inoltre, si lamenta l'assenza di discussione sui modelli alternativi di sviluppo, nonché sul mantenimento e sulla fornitura dei cosiddetti "beni pubblici mondiali"[6]. Quali i caratteri di tale "via socialista" allo sviluppo globale? Riconoscimento dei diritti fondamentali individuali e collettivi; obiettivi di sanità, educazione e benessere per tutti; pari possibilità di lavoro per tutti; solidarietà internazionale; un ambiente propizio a migliorare la qualità della vita, nel rispetto dell'ecologia; una società fondata sui principi di democrazia, solidarietà e giustizia. Concretamente, ciò significa tra l'altro rispondere ai bisogni dei paesi in via di sviluppo con una politica di aiuti seria e non condizionata dagli equilibri geostrategici; modificare gli standard di consumo dei paesi occidentali ed eliminare le produzioni non sostenibili; proteggere e gestire le risorse naturali; promuovere la responsabilità sociale delle imprese[7]; imporre una tassa globale sulle transazioni monetarie internazionali, sull'inquinamento e il traffico d'armi.
L'IS promette di adottare, nel prossimo congresso, una risoluzione che illustri l'approccio social-democratico per la governance nel contesto della società globalizzata, basato sull'uguaglianza delle opportunità e della partecipazione di uomini e donne, ricchi e poveri dei paesi industrializzati e dei paesi in via di sviluppo. I rappresentanti dei partiti dell'IS dovranno agire per realizzare le riforme sopra enunciate a livello nazionale e internazionale, nei parlamenti e nelle compagini governative di cui fanno parte. Anche perché, come recita il documento, "un certo numero di tali partiti sono attualmente al potere. E' ciò che permette all'IS di giocare un ruolo primordiale di precursore e mediatore nei processi politici". Eppure finora la globalizzazione, a detta della grande maggioranza degli studiosi della comunità internazionale e delle istituzioni internazionali stesse, è stata gestita secondo criteri certamente non ispirati alle riflessioni riportate in precedenza. Una riforma del sistema di cooperazione internazionale, così lucidamente esposta dai documenti dell'IS, è stata invocata da più parti, ma la sua realizzazione non appare scontata. I meccanismi dell'economia di mercato vengono tuttora applicati pressoché senza deroghe, e soprattutto lo spazio a disposizione della politica è ancora particolarmente ristretto. La presenza sulla scena mondiale di una classe politica orientata ai principi politici del socialismo non può che accrescere le speranze di assistere nel futuro prossimo a uno sviluppo equilibrato della società globale.
Si osservi tuttavia l'elenco dei partiti membri dell'Internazionale Socialista: non è difficile dare ragione a Piero Fassino, che definisce l'IS "la più grande famiglia politica su scala mondiale". Negli anni Novanta, che per certi versi rivoluzionano l'assetto mondiale costruito dalla destra liberista di Ronald Reagan e Margareth Thatcher nel decennio precedente, i partiti dell'IS sono al governo in molti paesi europei, conquistando la maggioranza del Parlamento di Strasburgo, mantenendo la leadership della Commissione Europea con Jacques Delors, sostenendosi sulla non belligeranza di Bill Clinton negli Stati Uniti e paradossalmente favoriti, nella loro azione politica, da un contesto internazionale che rivela pubblicamente, con tutta la sua forza, i limiti dello sviluppo fondato sulla globalizzazione. Forse il modo più corretto di analizzare il problema consiste nell'individuare l'occasione mancata, in quegli anni, di dar vita a un'internazionalizzazione in senso socialista della politica mondiale. Nell'intervallo temporale segnato dall'avvio e dal ritorno dell'ideologia liberista nelle relazioni internazionali, i socialisti avrebbero probabilmente potuto, forti di un consenso elettorale e programmatico non indifferente, gettare le basi per la risoluzione dei problemi più gravi dell'economia attuale, contribuendo alla nascita di un approccio politico dai toni solidaristici, pragmatico e idealista al contempo, incentrato non sull'idea di una globalizzazione che porta all'equilibrio e alla crescita "a tavolino", quasi che il benessere ne derivasse come conseguenza inevitabile, ma sui concetti ben più impegnativi di conflitto e di crisi.
L'internazionalizzazione della politica in senso socialista potrebbe non rivelarsi un puro slogan, se davvero si formasse una volontà politica di affrontare i problemi dello sviluppo globale non come semplici questioni residuali rispetto ai temi trattati in sede nazionale o europea, ma come vere e proprie issues fondamentali per l'avvenire del nostro pianeta. Occorre cioè che i partiti dell'IS, soprattutto quando possano partecipare al governo delle proprie società, non tralascino i problemi globali per potersi dedicare a quelli ritenuti più contingenti delle comunità cui devono rispondere direttamente. Allo stesso modo, si ricordi che molti degli attuali esponenti della Commissione Europea sono rappresentanti di partiti socialisti: eppure le politiche di relazioni internazionali adottate dall'esecutivo dell'Unione Europea sembrano avvicinarsi più ai modelli liberisti seguiti tradizionalmente dalle istituzioni europee che non agli ideali contenuti nelle dichiarazioni dell'IS. E' necessario, insomma, che tali ideali non siano sacrificati durante il passaggio dalla fase di elaborazione teorica a quella di realizzazione pratica (a partire da posizioni di governo); la frattura con la pratica politica precedente dovrà formarsi soprattutto in sede di applicazione delle regole della governance, come sembra indicare chiaramente il caso europeo: i socialisti dovranno pertanto preoccuparsi innanzi tutto di difendere l'interesse generale contro quelli particolari, anche se ciò comporterà l'avvento di una fase di relazioni critiche con i poteri strutturalmente più forti della società. Al contempo, diviene sempre più necessario che l'elemento politico riacquisti la sua forza e la sua autonomia rispetto allo spazio dell'economico. Per tradizione, ideali e speranze, i partiti socialisti devono candidarsi a realizzare tale compito.
[1] Message au Forum Social Mondial à Porto Alegre et au Forum Economique Mondial à Davos, Réunion du Conseil de l'Internationale Socialiste, Rome, les 20 et 21 janvier 2003. Sito web: www.socialistinternational.org |
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