| News |
![]() | Prospettive europee sulle biotecnologie
Modena, convegno "Il futuro della biotecnologia umana: speranze, traguardi, pericoli", 7 giugno 2003. |
L'intervento di Gianni Vattimo
Il punto di partenza per la discussione può essere rintracciato nell'immagine di un'Europa (anche) come imbuto, che - tra le altre funzioni - raccoglie e valuta a scopo conoscitivo le opinioni dei suoi cittadini sulle diverse questioni in agenda. L'immagine resta valida nel momento in cui si considera il fatto che spesso l'azione europea non sfocia nell'adozione di una legge o di una direttiva, poiché l'Europa come tale possiede poteri limitati. Sulla bioetica, ad esempio, l'Europa può al massimo rallentare o accelerare determinate ricerche concedendo sovvenzioni o ritirandone. Sono spesso quote dei bilanci nazionali a essere stanziate, che le istituzioni dell'UE possono spostare da un ambito all'altro. Dunque l'UE, nonostante chiacchieri moltissimo, dispone di un potere finanziario limitato per incentivare i vari programmi; per molte materie, occorre rivolgersi alle legislazioni nazionali.
Tra i principali documenti dell'Unione in materia di bioetica e biotecnologie (si veda, in generale, la pagina web www.europa.eu.int/comm/biotechnology/introduction_it.html), ve n'è uno preparato da un gruppo di esperti europei (European Group on Ethics in Science and New Technologies), sugli aspetti etici dell'uso degli embrioni, un documento del 1998, e dunque "vecchio", ma è anche vero che tutti i documenti successivi dell'Unione fanno riferimento alle sue conclusioni. A quale fine la Commissione dovrebbe chiedere consiglio a un gruppo di esperti in questa materia? Lo scopo è istituzionale: promuovere la ricerca e sviluppo. Nei consigli europei, si è cioè deciso di procedere in tal senso: si ricordi il Sesto Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo (FP6, Framework Programme 6th), nel quale l'Unione dichiara la propria intenzione d'investire in determinati settori di ricerca. Il rapporto Caudron sull'FP6, del quale ero "rapporteur" per parere (cfr. la pagina web www.giannivattimo.it/menu/caudron.html, tratta le questioni della scienza della vita, biologia, biotecnologie, ecc.; tutto ciò insieme alle nuove tecnologie dell'informatica e delle comunicazioni, grazie alle quali per altro la biologia ha fatto enormi passi avanti (si pensi ad esempio alla mappatura del genoma). Lo stesso FP6 si basa su queste due direttive; le questioni sono dunque quelle della privacy delle comunicazioni da un lato e gli aspetti etici dell'utilizzo degli embrioni, della fecondazione assistita, dell'aborto, dell'eutanasia, della clonazione, ecc.
Il documento del gruppo di esperti (del quale faceva parte Stefano Rodotà) dava suggerimenti impostati sull'idea di trovare dei minimi principi condivisi dalle legislazioni nazionali in atto. Per decidere la destinazione dei sussidi, il gruppo indicava perciò i seguenti "principi comuni": il limite dei 15 giorni dal concepimento per gli embrioni; il divieto di modificazioni genetiche nello stadio pre-implantare; il divieto di creare ibridi mezzi umani mezzi animali (lo "scimpanzuomo", ad esempio); l'obbligo di richiedere il consenso degli individui o delle coppie interessate prima dell'utilizzo degli embrioni a scopo di ricerca. Inoltre s'indicavano una serie di valori comuni fondamentali, quali il rispetto per la vita a partire dallo stadio embrionale, il principio di alleggerimento della sofferenza umana, la libertà della ricerca, il consenso libero e informato dei soggetti coinvolti, ecc. Il problema tuttavia è che questi principi possono trovarsi in conflitto l'uno con l'altro: ad esempio quello sulla sofferenza può scontrarsi con quello sul rispetto per la vita, e lo stesso dicasi per quello sulla libertà della ricerca. I principi del documento continuano comunque a ispirare i documenti della Commissione ancora oggi.
La stessa Commissione europea, il 3 marzo del 2003, presentava un bilancio di quanto realizzato finora in materia. Ma i bilanci sono vaghi: si parla ad esempio della trasformazione dei documenti europei in legislazione nazionale da parte degli stati membri. Si registra una notevole disparità tra stati e Unione Europea in tal senso, dovuta all'applicazione del principio di sussidiarietà: gli stati nazionali spesso mettono i bastoni tra le ruote all'Unione, in realtà - si pensi all'Italia e alle disposizioni cattoliche sul problema della fecondazione assistita. Tuttavia il documento indica anche le priorità per le azioni future: un punto ancora non chiaro riguarda la brevettabilità degli embrioni e dei risultati della ricerca in merito; tra i problemi futuri, si ricorda ad esempio quello dell'ambito dei brevetti relativi alle sequenze di geni isolati dal corpo umano.
Al di sotto dello strato di terminologia scientifica, tuttavia, si cela una contrapposizione tra una visione laico-contrattualista e una visione religioso-naturalistica. Insomma: l'embrione è una persona? Eppure persino San Tommaso pensava che finché l'essere non si è formato completamente, l'anima non poteva essergli insufflata. E' lo scontro tra il diritto alla vita biologica a tutti i costi da un lato e le ricerche mediche, il diritto alla salute, ecc. dall'altro. Qualche tempo fa, la grande maggioranza del Parlamento europeo si accordava, nonostante i mugugni dei cattolici del Partito Popolare, sull'invitare la Commissione a non stigmatizzare, a finanziare insomma ricerche sugli embrioni sovrannumerari (quelli cioè che non si usano immediatamente, si tengono per eventuali necessità operare secondi tentativi). Per grande maggioranza intendo l'accordo tra socialisti e liberali: quando si tratta di libertà civili, i due gruppi votano quasi sempre insieme, a differenza di quanto avviene per le questioni economiche. Alla fine, il problema è che neanche nel Parlamento europeo si trova una vera laicità di giudizio. Prevale una grande paura delle biotecnologie (a parte il discorso sugli Ogm, che prevede il principio di precauzione): ci si chiede cioè "dove andremo a finire...?". E' il principio dello scivolamento, della "china scivolosa". L'opinione dei laici è molto più complicata, e proprio per questo spesso vincono i cristiani radicali, che pongono in primo piano principi rigidi che hanno a che fare con la libertà degli individui. Ma la vita che si vuole difendere finisce per essere quella puramente biologica, dunque anche quella che corrisponde allo stato vegetale.
La mia posizione in merito è quella di chi identifica la vita umana con la libertà, o nel caso terminale, con la manifesta sofferenza. Se uno lascia nel testamento disposizioni circa l'eutanasia da applicare nel caso in cui si arrivi a un certo stato, ecc., io non avrei obiezioni a realizzare i suoi desideri. La sua vita coincide cioè con il rispetto per la sua persona e per la sua libertà. Se di mancanza di rispetto si tratta, è di rispetto per la vita intesa come vegetatività. Lo stesso avviene per l'aborto: non si chiede il consenso del feto, ma dei suoi "tutori naturali".
Altrimenti, quali principi dovremmo applicare? I principi naturalistici fanno sempre riferimento alla teoria dei luoghi naturali di Aristotele: quelli secondo cui il fuoco va verso l'alto, i gravi sono fatti per cadere, il sesso ha il solo scopo della riproduzione, ecc. Si tratta di principi poco rispettosi della libertà dei singoli; e la violenza è ciò che violenta la mia libertà. L'alternativa è: possiamo applicare il principio da me indicato o dobbiamo affidarci ai cattolici radicali? L'unica violenza è il non rispetto della libertà: questo dovrebbe essere il principio su cui fondare la bioetica. Con ciò arrivo provocatoriamente a svalutare persino la pena di morte, che è sempre stata distinta dall'omicidio perché "solennizzata"; una certa schizofrenia si rivela anche nei cattolici che discriminano gli embrioni del dodicesimo giorno. L'importante è che una vita non venga buttata via, ma soprattutto che a decidere su di essa non sia chi passa di lì casualmente. Io comincerei a sottoporre questa questione ai bioetici, anche se è naturale che vi siano altre problematiche anche più importanti.
(a cura di Mario Cedrini)
| |