News

News

Educazione, Europa, globalizzazione


di Gianni Vattimo

Documento preparato per il Congresso Nazionale dell'Associazione Professionale Proteo Fare Sapere, "La scuola dell'autonomia nella società della conoscenza: i compiti dell'associazionismo", 2 luglio 2003, Roma


Il programma, o semplicemente lo slogan programmatico, lanciato qualche anno fa a Lisbona dal Consiglio Europeo - Europa società della conoscenza - può essere un buon punto di partenza per le nostre riflessioni di oggi. Devo dire subito, non solo come tema da "svolgere" in termini di fondamentale consonanza; ma anche e anzitutto come oggetto di un ripensamento critico. Che del resto - almeno per me - si colloca nel quadro di un ripensamento ancora più ampio, riguardante il senso stesso dell'Unione Europea visto alla luce di un programma politico "progressista". In un articolo uscito sul "Manifesto" il 4 giugno scorso, che forse non a caso mi era sfuggito, Rossana Rossanda interviene nella discussione sulla Convenzione, il cui risultato ora è stato ufficialmente presentato nella riunione di Salonicco e che si avvia a divenire (ma quando e con quali ulteriori modifiche) la costituzione della Unione; e osserva tra l'altro che la proposta della Convenzione "rivela clamorosamente l'assenza di un'ottica di rinnovamento in grado di contrattare sia con le pulsioni frettolosamente unitarie delle istituzioni economiche liberiste, sia di opporsi al sabotaggio delle destre nazionaliste". Quel che voglio mettere in evidenza in questa citazione è l'allusione al liberismo delle istituzioni economiche europee. Che evoca una domanda più generale: sull'ispirazione fondamentalmente liberista dello stesso progetto dell'Unione.

Un progetto che era nato, nell'immediato dopoguerra, con il proposito di evitare in futuro i conflitti tra gli stati del Continente; mai più guerre franco-tedesche, anglo-francesi, eccetera. Uno scopo che dobbiamo riconoscere fortunatamente raggiunto; anche con la decisiva collaborazione degli Stati Uniti, che fino a oggi, o meglio fino a qualche mese fa, hanno visto nell'Unione europea la possibilità di condividere il peso della difesa e dell'espansione dell'Occidente democratico nel mondo prima bipolare e poi progressivamente unipolare in cui ci troviamo oggi. Ma accanto al proposito di costruire una unione continentale che bandisse le guerre tra gli stati europei, l'Unione è sempre stata anche ispirata dal proposito di fare dell'Europa un unico grande mercato che, per le sue stesse dimensioni, favorisse gli scambi, la concorrenza, la riduzione dei prezzi, lo sviluppo di nuove tecnologie eccetera. Dopo la prima forma, quella della Ceca - Comunità europea del carbone e dell'acciaio - l'Europa prende dunque il nome di CEE, o Mercato Comune (vedi nomi..), e solo da ultimo (quando) si evolve in Unione Europea.. Ma in fondo la svolta che possiamo prendere come decisiva è quella che avviene tra la CECA e la CEE: nel primo nome risuonano ancora i temi della lotta per le "materie prime", che erano alla base delle guerre; nel secondo si parla già un altro linguaggio, quello appunto del Mercato comune. Questioni nominalistiche, certo, ma che possiamo assumere a punti di riferimento per il discorso che vogliamo condurre qui. In breve: mi pare che l'ispirazione di fondo del progetto europeo sia largamente dominata da una prospettiva "liberista", quella cioè che vede nello sviluppo del libero mercato la chiave di volta per la crescita economica e il progresso sociale. Se si guarda ai punti più visibili e rilevanti della politica comunitaria, ciò che salta agli occhi immediatamente è la funzione del Commissario per la concorrenza, Mario Monti, e il peso dei sussidi all'agricoltura. Si tratta cioè di liberalizzare il commercio tenendo conto delle situazioni di partenza dei vari paesi, ai quali bisogna fornire sovvenzioni che favoriscano la trasformazione in modo il più possibile indolore. Voglio dire, molto rozzamente, si capisce, che l'intervento pubblico delle istituzioni europee nell'economia è anch'esso mirato non a un qualche programma "socialista", ma semplicemente e coerentemente alla promozione di condizioni di sempre più libero mercato, di sempre più intensa concorrenza.

Non sarà da vedere qui quella "clamorosa assenza di un'ottica di rinnovamento" di cui parla, con qualche ragione, Rossanda? Coloro fra noi, e io parlo per me anzitutto, che si sono accostati all'esperienza europea - prima come europeisti di complemento, poi come europeisti professionali impegnati nel Parlamento di Strasburgo, non avevano chiari in mente questi termini della questione. L'idea dell'unione, oltre che dall'originario spirito "pacifista", era sostenuta sia da un proposito largamente "cosmopolitico" (promuovere istituzioni politiche sovranazionali capaci di diventare la base di un ordine politico mondiale, una sorta di ONU universale che togliesse i rapporti internazionali dalla condizione della selva primitiva in cui ancora in buona parte sono); sia dall'idea, che pareva importante soprattutto per l'Italia , per cui lo sforzo di adeguarsi a parametri comuni non solo in economia (Maastricht) ma anche in tema di diritti civili, giustizia, salute, ambiente, ecc., avrebbe costretto i singoli paesi a adottare norme più avanzate. Ora questo è in parte vero - se si guarda ad esempio ai voti del Parlamento su temi come quelli appena citati, si vede che ciò che viene proposto come posizione comune dell'Europa è spesso molto innovativo e avanzato rispetto alle leggi vigenti (ancora una volta, penso qui per esempio alle coppie di fatto in Italia , per citare un caso minimo). Ma si tratta di rado di direttive della Commissione, paragonabili a quelle che comandano le quote latte e le leggi della concorrenza. Sotto molti aspetti, insomma, l'idea direttiva dell'Unione Europea sembra essere quella di uno sviluppo anzitutto economico che si promuove applicando risolutamente le leggi del libero mercato. Un'idea del tutto rispettabile, soprattutto se si pensa che alla sua origine c'è stato lo spirito cristiano di personaggi come De Gasperi, Schumann, Delors; cioè la prospettiva politica che non voleva rinunciare ai vantaggi - innegabili, per molti anni - dell'economia capitalistica sposandola però con una generale promozione dei diritti umani. Prodi è a buon diritto l'erede più autorevole di questa tradizione. Ma naturalmente anche delle sue non poche contraddizioni, che diventano a noi sempre più visibili mentre il capitalismo "compassionevole" di Bush si svela nella sua natura egemonica, disciplinare, imperiale, Per dir tutto, e come conclusione di questo "prologo in cielo", proprio la politica di Bush e la difficoltà evidente di conciliarla con un programma "europeo" che non sia quello di continuare indefinitamente la dipendenza atlantica dagli USA, risvegliano problemi di carattere ben più generale che si possono vedere rappresentati nella citata frase di Rossanda. Che cosa vogliamo, quando ci proponiamo di costruire un'Europa (più)unita? Per quanto se ne vede finora, il proposito è quello di sviluppare un mercato comune europeo così largo e unitario da diventare un concorrente verosimile degli Stato Uniti e di altri "giganti" che si annunciano sulla scena del mondo, come la Cina. Siccome per ora siamo più disuniti e più deboli dell'America di Bush, questo programma ci sembra - e forse in molti aspetti è davvero - progressista, innovatore, degno di essere sostenuto proprio dai partiti di ispirazione socialista. Ma non possiamo - almeno io non vedo come - negare che la sua ispirazione resta tutta liberista, concorrenziale. Se si aggiunge poi che proprio le società che si richiamano di più alla libertà del mercato sono quelle dove trionfano "naturalmente" oligopoli e monopoli, e non si sa fino a che punto la lotta che contro di essi conducono o fingono di condurre gli stati non significhi semplicemente un freno, un ostacolo allo sviluppo - allora si deve prendere atto che la stessa idea del libero mercato come motore di sviluppo è in fondo un fantasma ideologico dietro cui si nasconde invece l'imperialismo monopolistico più sfacciato.

Fine del prologo in cielo. Ma la distanza tra cielo e terra non è poi tanta, se ci mettiamo a pensare ai programmi e ai progetti che riguardano l'impegno educativo. Nella espressione "Europa della conoscenza" era contenuto, niente affatto implicitamente, un concetto essenziale: per fare dell'Europa un concorrente autorevole sul mercato globale dobbiamo sviluppare la conoscenza, dunque la formazione scientifica e tecnica dei cittadini, in modo da diventare capaci di fare a meno dei brevetti americani e anzi di metterne noi stessi in vendita. Più brutalmente detto, si potrebbe esprimerci così: dobbiamo studiare di più e preparare più tecnici e scienziati per fregare gli indiani, i cinesi, gli stessi americani, prima che loro freghino definitivamente noi. Se un programma simile è condito con qualche provvedimento assistenziale (ma quale, poi) si può al massimo parlare di capitalismo compassionevole, un'espressione che difficilmente si può pronunciare senza imbarazzo, a meno di essere Bush; ma di nulla che abbia anche remotamente da fare con progetto alternativo di società per cui valga la pena impegnarsi. L'apparenza progressista dello slogan sulla società della conoscenza gioca naturalmente su un'ambiguità che del resto tutta la nostra tradizione si è sempre trascinata dietro, risolvendola sempre in modi provvisori e compromissori. Forse può essere solo così, ma allora è bene sapere che cosa qui è implicato e magari anche decidere che tipo di compromesso si preferisce per uscire dalla totale ambiguità. Io mi permetterei di proporre il seguente interrogativo: società della conoscenza o società del loisir? Scelgo il termine francese perché è un po' più ampio e meno scandaloso che l'italiano divertimento e simili. Ma potrei anche sostituire a loisir il termine pensiero. Che si distingue da conoscenza anzitutto nella filosofia di uno dei padri della cultura, anche illuministico-tecno-scientifica, moderna, cioè Kant. Il quale teorizza chiaramente che oggetto della conoscenza è il fenomeno; e che ciò che non si dà come fenomeno può essere solo "pensato", è appunto il noumeno - ciò che è oggetto del nous, del pensiero. Quando un filosofo più vicino a noi, Heidegger, dice che la scienza non pensa, scandalizzando e suscitando le reazioni polemiche degli scienziati, scientifici, scientisti, non dice in fondo altro che questo. Ma ha senso chiamare il pensiero loisir? Perché non otium, per esempio, che è appunto l'equivalente latino del greco scholé, scuola? Potremmo dunque tradurre tutto ciò anche nel parlare di società della scuola, invece che della conoscenza. Ma appunto, anche nei programmi politici l'ambiguità si fa sentire. Sembra cioè che predicare una società della conoscenza significhi prima di tutto perseguire l'ideale della promozione umana generale dei cittadini. Ma davvero possiamo pensare che i cittadini siano umanamente promossi dal fatto di acquisire capacità tecniche tali da fregare indiani e cinesi prima che loro freghino noi? Se sanno di più possono produrre anche di più: più oggetti di alto contenuto tecnico, di maggior pregio-prezzo. Il lavoro li farà liberi - Arbeit macht frei, sapete tutti dove stava scritto questo aureo motto.

Sembrano considerazioni troppo generali, forse lo sono; ma sono anche diventate di attualità proprio nella società tecnologica, nella quale non a caso - da secoli, del resto - è tramontato l'ideale leonardesco, dell'uomo universale, dove conoscenza e saggezza di vita erano davvero ancora la stessa cosa. E' diventato vero proprio nel nostro tempo che la scienza non pensa; che le scienze pure e applicate che richiedono altissima specializzazione non coincidono necessariamente con la saggezza; e che l'ideale della conoscenza come tale è solo un ideale produttivistico, rispettabile certo, ma di cui bisogna cercare di tematizzare anche la possibile conciliazione con un ideale di vita "buona", desiderabile, che non si misura, almeno credo, con i numeri del PIL.

Ci manca un progetto politico alternativo a quello del capitalismo "compassionevole". Sappiamo però molto bene ciò che non vogliamo: né una scuola puramente diretta alla formazione di specialisti capaci di inventare sempre nuovi marchingegni prima che li inventino gli indiani, né una società ricca ma angosciata dalla pressione del principio di prestazione. Di quest'ultimo aspetto della nostra società sono testimonianza le cifre di affari delle aziende che producono psicofarmaci e altri alleviatori dell'ansia. Non è difficile, ed è un esercizio che si potrebbe fare nella discussione, vedere come molti o tutti gli aspetti delle "riforme" scolastiche contro cui ci battiamo sono figlie dell'idea di una società della conoscenza come luogo di saperi tecno-scientifici capaci di vincere la competizione del mercato globale. Così, per esempio: meno insegnanti di appoggio per portatori di handicap e più insegnanti di computeristica o simili. Meno Promessi Sposi e più informatica, inglese, impresa (?). Badate che loisir, scholé, pensiero non è solo e necessariamente la cultura umanistica, che merita tuttavia la massima difesa; non è la cultura umanistica che è inutile, dovremmo riconoscere piuttosto che solo ciò che è inutile è umano-umanistico, dunque anche cultura giovanile del rock, ogni forma di otium che non implichi ottundimento della capacità di comunicare, che non riduca il gusto del gioco (come invece succede con le droghe). Certo, non stiamo qui facendo un discorso sanamente riformista, non stiamo cercando qualche proposta per migliorare questo o quell'aspetto della "riforma" Moratti. Non che questo non ci interessi; ciò che si vorrebbe, però, è che anche le proposte minute, l'indicazione di obiettivi realizzabili (e dunque anche sindacalmente sostenibili), si ispirassero a una visione complessiva non più tributaria della fede nel mercato come grande regolatore della nostra vita.