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L'Europa a pezzi cerca una via d'uscita


di Giuseppe Iannantuono




L'impotenza drammatica del Parlamento europeo di fronte alla guerra unilaterale si è rivelata agli occhi di tutti già dalle prime battute che i deputati hanno rivolto al Presidente Pat Cox, chiedendo ad alta voce a cosa mai può servire una discussione se questa resta confinata alla pura chiacchiera, senza la presentazione di un documento finale comune che esprima la sua condanna da parte dell'Assemblea. Perché allora convocare in seduta straordinaria il Parlamento? Per far sentire che è presente? Forse. Ma forse molto più semplicemente per ricordare che la guerra è una faccenda che coinvolge tutti e in primo luogo l'Istituzione maggiormente rappresentativa dei popoli europei. Il giorno dopo l'inizio del bombardamento americano in Iraq l'atmosfera nei corridoi di Bruxelles è stata carica di presagi e di un forte senso di frustrazione. Era leggibile nel realismo politico dei discorsi dei deputati, che privi di accorgimenti retorici interrogavano direttamente coloro che detengono le leve delle decisioni europee, cioè il Consiglio dei Ministri. Dal canto suo il Parlamento europeo si era già espresso in merito alla guerra preventiva di Bush, approvando in gennaio una Risoluzione contro un conflitto annunciato da mesi.

Le posizioni erano già ben definite oppure la guerra era già più che un'idea visto che il PPE e la destra europea hanno mal digerito il voto favorevole sull'emendamento che chiudeva ogni spazio ad un conflitto unilaterale. Un emendamento che ricordiamo solo per misurare ormai la distanza abissale tra la politica del dialogo e quella delle armi. Il Parlamento invitava a ritenere "che le violazioni della risoluzione 1441 attualmente individuate dagli ispettori in relazione alle armi di distruzione di massa non giustificano l'azione militare e che qualsiasi passo ulteriore spetti al Consiglio di sicurezza, dopo una piena valutazione della situazione". Il dibattito del primo giorno di guerra ha riconfermato le divisioni tra i gruppi politici schierati su due fronti separati ed incomunicabili. Da una parte i profeti della guerra che accusano di antiamericanismo chi è contro e gettano tutte le responsabilità della tragedia addosso a Saddam Hussein. Dall'altra, coloro che, pur considerando Saddam un delinquente patentato, autoritario e despota, ritengono che la via della guerra preventiva ed unilaterale degli Stati Uniti è una scelta dalle conseguenze imprevedibili, un'operazione che oltre a minare le basi dell'organizzazione internazionale dell'ONU annichilisce le ragioni della morale, dell'etica, del confronto e del dialogo. Ma come sempre accade in queste occasioni anche coloro che sostengono la guerra hanno bisogno di giustificazioni più o meno valide da presentare all'opinione pubblica.

Ed ecco che puntuale arriva la spiegazione di Pottering che, in nome del PPE, afferma che l'Europa si trova davanti a una crisi difficile che coinvolge le istituzioni democratiche ma il suo discorso non compie il successivo passo del chiedersi il perché e come si è giunti a questo punto. Scarta persino la domanda con fatalismo e conclude che la guerra c'è perché esiste Saddam, che è l'unica fonte del male mentre la scelta di Bush di scatenare il conflitto è in prospettiva un'azione utile che servirà a ripristinare la democrazia in Iraq. Anzi, deplora l'atteggiamento antiamericano che circola in Europa bollandolo come ingratitudine nei confronti di un popolo, quello americano, che ha liberato il continente europeo dal nazismo e ha contribuito a far cadere la cortina di ferro imposta dall'ex Unione Sovietica. Un discorso legittimato, sembra, dalla storia degli Stati Uniti che ha sempre dimostrato di essere un paese democratico totalmente devoto al rispetto e alla difesa della libertà. Su questa stessa scia si collocano alcuni altri interventi come quello di Tajani che senza mezzi termini conclude che l'unico responsabile di ciò che sta accadendo è Saddam Hussein e che è un errore metterlo sullo stesso piano con il democratico Bush. Qualche perplessità tra i popolari la solleva solamente Brook, che pur condividendo l'obiettivo di eliminare Saddam dalla regione mediorientale ritiene di avere qualche dubbio, ancora non risolto con la sua coscienza, sul modo di procedere. Il quadro argomentativo utilizzato dai popolari segue un procedimento semplice, flessibile e menzognero: cospargersi la testa di cenere sulla triste sorte dell'unità europea lamentando la sconfitta delle armi della politica a vantaggio delle bombe ma accusando i paesi europei che non si sono allineati con le posizioni angloamericane di favorire il regime auroritario iracheno e di spaccare il fronte delle democrazie. A chi insiste sul tasto del dialogo politico gli si presenta l'incontrovertibile discorso del fatto compiuto: tanto adesso non c'è più niente da fare, pensiamo a come intervenire dopo.

Un atteggiamento che in modo più o meno esplicito è risuonato nel discorso di Chris Patten, indirizzato a definire i prossimi aiuti umanitari che l'Europa può e deve mettere in cantiere per arginare i guasti della guerra. Un intervento lodevole dal punto di vista morale ed etico ma che ha lasciato scettici molti deputati piuttosto inclini ad affermare la necessità della pace. Le parole di Charles Pasqua su questo punto sono rivelatrici: così facendo si pensa l'Europa come una grande ONG che interviene per risolvere i traumi delle guerre locali, alla stregua di un'agenzia umanitaria. Contro il sentimento di impotenza e con la speranza di far sentire forte il proprio disaccordo sono i due assi principali su cui hanno ruotato gli interventi del centro-sinistra e dei liberali. Baron Crespo, capogruppo PSE, ha richiamato l'attenzione sull'illegalità della guerra preventiva invitando tutti i paesi dell'Unione europea a non partecipare al conflitto in corso e a rafforzare il potere del dialogo. Un'azione contraria alla comunità di valori, di diritto e di solidarietà che sono principi inscritti nel trattato dell'Ue. Egli rigetta la semplice equazione che assimila il pacifismo all'antiamericanismo, ritenendo che su Saddam come criminale il Parlamento si era già pronunciato mesi fa.

A questo discorso fa eco l'intervento di Renzo Imbeni che ritiene malposta l'argomentazione della scelta tra la dittatura irachena e il patto Atlantico.In realtà, ha affermato Imbeni, la scelta che oggi ci troviamo a fare è tra Kofi Annan e Bush, tra Prodi e Blair e Aznar, tra la legalità e la prevaricazione. Inoltre, ha ricordato ai rappresentanti inglesi e spagnoli la firma sul documento del Consiglio europeo del 17 febbraio, dove si affermava a chiare lettere che "l'obiettivo dell'Unione nei confronti dell'Iraq rimane il pieno ed effettivo disarmo da raggiungere in maniera pacifica perché è questo che vogliono i popoli d'Europa". Che la guerra sia ingiusta e che non abbia né autorità morale né approvazione internazionale lo ha affermato anche Watson, liberale inglese, che ha, inoltre, richiamato l'attenzione sul dovere di controllare quali armi di distruzione gli angloamericani stanno usando in Iraq. La passione, la rabbia ma anche il raziocinio hanno animato le parole di Monica Frassoni, eurodeputata verde, che non usa il linguaggio della retorica bensì quello della sensibilità politica che non teme di essere inopportuna. La scelta di scatenare la guerra, ha affermato, è frutto di un'azione illegale da parte di Bush e della combriccola che lo ha seguito. Con termini duri si è rivolta agli inglesi e spagnoli apostrofandoli patetici e capziosi, semplici vassalli dell'Impero che hanno giocato contro la pace impedendo all'ONU di agire. Una situazione pericolosa perché potrebbe essere il primo atto di una guerra dagli effetti sconosciuti. Ai rappresentanti della Spagna e della Gran Bretagna Monica Frassoni sbatte in faccia l'articolo 19 del Trattato dell'Unione europea che invita: "Gli Stati membri a coordinare la propria azione nelle organizzazioni internazionali... In queste sedi essi difendono le posizioni comuni".

Un discorso fuori delle righe lo pronuncia Borghezio (Lega), il quale non solo è contro l'Europa pacifista che, a suo dire, approva il tiranno arabo usando parole di miele nei suoi confronti, ma si scaglia contro il buonismo europeo in genere che accoglie le masse arabe nel proprio territorio mentre dovrebbe tenerle alle porte, eliminando così il rischio di attentati che il fanatismo porta con sé. Una citazione a parte dobbiamo riservarla a Pannella che ha accusato le Istituzioni europee di ignavia, di pigrizia decennale nei confronti del tiranno di Bagdad. Una situazione di crisi tra i quindi membri dell'Unione che rischia di incancrenirsi in posizioni manicheiste.

Un riflesso dei primi effetti devastanti dei bombardamenti cominciano a farsi sentire anche nel programma politico europeo, con il rinvio del 5° Forum parlamentare euromediterraneo previsto per fine mese a Creta. A tutti e soprattutto al mondo arabo è sembrato fuori luogo incontrarsi e dialogare mentre migliaia di bombe cadono sull'Iraq. E' sempre più urgente e fondamentale insistere affinché si inserisca nella futura Costituzione europea un articolo di condanna e rifiuto della guerra. I Quindici Ministri, che si sono riuniti a Bruxelles il 20 e 21 marzo, hanno trovato un accordo di facciata sottoscrivendo un documento di intesa che non fa assolutamente cenno alle scelte di campo nei confronti della guerra in atto. L'intesa trovata non riguarda il giudizio sulla guerra ma sul dopo. Sugli aiuti umanitari alla popolazione irachena secondo il programma "petrolio contro cibo", innanzituto. Sulla necessità di riaffermare il ruolo fondamentale dell'ONU che deve essere centrale durante e dopo la crisi e, infine, sull'impegno europeo di garantire l'integrità territoriale dell'Iraq contribuendo a creare le condizioni per un governo democratico rappresentativo iracheno. Quando l'Europa è divisa il richiamo al futuro e ai principi costitutivi dell'Unione è il ponte sospeso sul fossato delle differenze. Questo è il banale realismo del processo politico di Bruxelles: un lento e progressivo lavoro di cucitura delle differenze e degli strappi politici che a ondate colpiscono il cuore delle Istituzioni. Quando la spaccatura incrina la convivenza dell'Europa il linguaggio della politica europea diventa edificante e formale. Si parla di grave crisi, si contano le ombre che pesano sul meccanismo delle scelte politiche europee, si misurano le divergenze ma si cercano dei punti di accordo su grandi principi, come quello di rilanciare il programma di una politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Questo è l'interrogativo di fondo che accompagna tutte le delegazioni ma che nessuna per il momento tenta di affrontare nelle sue conseguenze immediate.

Tuttavia restano sullo sfondo le immagini dei cocci di un'Europa che fa fatica a ricomporre le divisioni interne e a mostrare al pubblico il volto dell'amicizia. Strette di mano frettolose tra i rappresentanti dei Quindici e subito dopo al loro posto, intorno al tavolo rotondo, a cercare di ricucire l'abito europeo lacerato dalle accuse reciproche. Con la consapevolezza che l'Europa sta giocando una partita fondamentale per le sue sorti future, in quanto rischia di alienarsi un'opinione pubblica che giudica debole e fragile il suo peso politico decisionale sulla scena internazionale.