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![]() | Il democratico maligno
Recensione de Il dittatore benevolo. Saggio sul governo dell'Europa, di Jean-Paul Fitoussi (Il Mulino, 2003)
di Mario Cedrini
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Secondo Fitoussi, «in fondo, [...] il "governo economico europeo" si avvicina, fino a diventare indistinguibile, a quello di un despota illuminato, al riparo delle pressioni popolari ma alla ricerca del bene comune attraverso l'applicazione di una dottrina rigorosa - il liberismo - superiore a tutte le altre in termini di efficienza economica». Scelte collettive razionali e massima libertà economica in un contesto di limitazione delle libertà politiche: così si caratterizza il regno del dittatore benevolo, "illuminato" da una dottrina economica superiore e in grado di garantire l'efficienza.
Il valore simbolico della metafora viene valutato nell'agile saggio dell'economista francese alla luce dell'esperienza recente dell'unificazione monetaria europea; in particolare, viene analizzato l'operato della Banca Centrale Europea (BCE), che dal 1999 è (unica) responsabile della politica monetaria del continente, e sono posti sotto giudizio i principali fattori della stabilità economico-finanziaria comunitaria, tra i quali il Patto di Stabilità e di Crescita. La BCE e il Patto costituiscono i due casi paradigmatici dello studio; per spiegare il "deficit democratico" europeo occorrerebbe per altro far riferimento a una vasta gamma di questioni istituzionali, alcune delle quali particolarmente note all'opinione pubblica: un Parlamento senza reali poteri, una Commissione esecutiva dotata del quasi-monopolio di iniziativa legislativa, ecc. Eppure il saggio di Fitoussi, nonostante il tecnicismo che spesso avvolge la trattazione del problema BCE, e che rende forse il volume di difficile lettura per i non addetti ai lavori, si rivela certamente utile per comprendere le ragioni di chi al momento attuale spinge per una revisione della governance europea in senso democratico e, perché no, europeista.
L'Unione Europea presenta, seppure in forma meno accentuata, gli stessi problemi che impediscono la costituzione di un ordine politico-economico internazionale equo ed efficiente: una scarsa democraticità delle procedure di scelta e il predominio della dimensione economica sulla progettualità politica. Non pochi attori, istituzionali e non, premono per l'adozione del programma neoliberista quale priorità politica del continente unito, confondendo mezzi (economici) e fini (politici). Anche senza giungere a questo estremo, il fatto che la BCE debba preoccuparsi unicamente o quasi della stabilità dei prezzi la dice lunga al riguardo. Si consideri inoltre che i governi europei si sono vincolati, con il Patto di stabilità, al rispetto di un rapporto tra disavanzo pubblico e PIL tale da non permettere un'efficace utilizzo della leva fiscale per sostenere la crescita economica, e anzi da impedire, in molte circostanze, l'azione degli stabilizzatori automatici - che agiscono in senso anticiclico, e cioè accrescono la spesa pubblica (o diminuiscono la pressione fiscale) nelle fasi di recessione e la riducono durante le fasi positive del ciclo. La rigidità dei parametri di Maastricht, quella del Patto, un ministro della moneta (la BCE) obbligato a perseguire un solo nemico (l'inflazione) e soprattutto totalmente indipendente dal potere politico costituiscono un mix potenzialmente pericoloso per la tenuta del sistema.
Ciononostante, la BCE si è comportata abbastanza bene, secondo Fitoussi, sebbene non sia ad esempio riuscita a infondere del tutto negli agenti economici quella fiducia e quella credibilità necessarie per potenziare gli effetti delle sue decisioni; allo stesso modo, sembra che la BCE non abbia seguito strategie-guida di medio periodo, ma si sia limitata a porre rimedi alle diverse congiunture economiche. Restano tuttavia due problemi. Primo: e se la BCE avesse fallito? Non c'era nessuna garanzia di successo, in fondo. Inoltre: con chi potremmo prendercela, in questo caso? Il mandato della BCE è chiaro, e sicuramente poco democratico. Non è prevista alcuna accountability per la Banca, sull'operato della quale nemmeno il Consiglio Europeo, formato dai Capi di Stato e di governo dei paesi dell'Unione, può esprimere un giudizio. Fitoussi dimostra, contrariamente a quanto ripetuto continuamente da studiosi, rappresentanti politici, docenti universitari e manuali, che i paragoni con la Bundesbank e la Federal Reserve sono fuorvianti. Secondo: l'economia europea non si è ancora ripresa. Le questioni sul tavolo del Consiglio di Lisbona (marzo 2000) conservano - a differenza delle soluzioni proposte, dai toni fortemente liberisti - tutta la loro attualità. Il sistema e il suo dogmatismo, spiega Fitoussi, non danno prova di grande efficacia. Se limitazione della democrazia dev'essere, che almeno dia i risultati sperati. Altrimenti, tanto vale scegliere un'altra strada.
L'economista francese ricorda di aver chiesto a Kenneth Arrow, premio Nobel e teorico del teorema dell'impossibilità che porta il suo nome (in base al quale un sistema che garantisce l'equa ripartizione delle risorse nella società non può che essere un regime dittatoriale), se il mercato fosse compatibile con la democrazia. Arrow rispose correttamente che il mercato non è compatibile, nella sua versione teorica, con nessuna forma di governo, sia essa democratica o dittatoriale. E invece noi, «senza rendercene conto dividiamo il nostro sapere in comparti non comunicanti, e la premessa che resta implicita nei nostri dibattiti economici è quella per cui la democrazia in quanto regime politico è indipendente dalle politiche economiche effettivamente messe in atto». In altre parole: il mercato esente da correzioni trasforma il nostro regime da democratico in... dittatoriale? Oligarchico? O altro ancora? Ciò avviene inoltre in un sistema che di per sé, istituzionalmente e strutturalmente, si discosta dalle democrazie occidentali per molti aspetti. L'Europa unita mostra quali potranno essere le evoluzioni future dei nostri regimi, e forse proprio per questo, e non tanto per il riflesso immediato che la questione avrà sugli stati membri, il dibattito sull'avvenire del mercato unico che diviene unità politica è così importante.
Ben venga allora il saggio di Fitoussi, che in fondo si presenta più come contributo alla questione UE in tempi di Convenzione che non come volume destinato a entrare nella storia della costruzione comunitaria. I problemi di una scarsa trasparenza, di una responsabilità più teorica che effettiva, di una democraticità troppo debole, di una credibilità che potrebbe essere votata alla scomparsa nel lungo periodo, non colpiscono solo la BCE o la definizione di una politica macroeconomica efficace a livello europeo. Non di sola governance economica si tratta: i riflessi politici diventano evidenti, nel momento in cui si consideri che l'Unione è un sistema che viene continuamente creato ex novo, non potendo disporre di esperienze significative (al di là dei riferimenti generici) alle spalle. I rimedi proposti da Fitoussi, quali ad esempio quelli piuttosto puntuali sulla riforma del sistema di scelta dei membri del Comitato esecutivo della BCE, o quelli che intendono rivedere il calcolo del rapporto deficit-PIL difeso dal Patto di Stabilità (si vorrebbe cioè computarlo al netto delle spese per investimenti pubblici, ecc.), devono essere visti come tentativo di fornire una logica di revisione in senso democratico, valida perciò in generale per le questioni che l'estensione e l'approfondimento dell'integrazione comportano, del cosiddetto "governo delle regole" che in questo momento è operante in Europa. L'obiettivo è un governo delle scelte, tra le quali naturalmente anche quella legata alla decisione di sviluppare davvero una politica della crescita economica per il continente, libera dai dogmatismi del bilancio in pareggio e della stabilità a tutti i costi.
Infine, è bene rilevare che nelle stesse intenzioni dell’autore, il saggio tratta in realtà la questione generale del rapporto tra economia e democrazia, rapporto che spesso si configura come «tensione irriducibile fra individualismo e disuguaglianza (il principio del mercato) da un lato, e fra spazio pubblico e ricerca dell’uguaglianza (principio della democrazia) dall’altro». Fitoussi afferma non a torto che il principio del mercato è in posizione di netta prevalenza, in Europa, rispetto a quello della democrazia, e che ciò comporta il rovesciamento della «gerarchia normale dei valori» che vorrebbe il primo subordinato al secondo. Purtroppo questo “male” è uno dei principali caratteri con i quali si manifesta la progressiva globalizzazione del pianeta; senza un intervento attivo per sconfiggerlo, difficilmente il mondo globale otterrà risultati migliori dei mondi precedenti. Ma torniamo alla questione del dittatore benevolo: «una democrazia», scrive Fitoussi, «non può progressivamente ridurre all’osso lo spazio delle scelte senza alla lunga rimettere in causa la natura del regime stesso». Già: qui si è in qualche modo dato vita, forse inconsapevolmente – e tuttavia necessariamente, date le premesse della costruzione europea – a un regime “democratico” strano, che di democratico pare avere molto meno rispetto ai sistemi politici degli stati membri ma qualcosa in più rispetto alla tecnocrazia. Fitoussi mette giustamente in luce l’assenza di una vera e propria sovranità europea, fino ad affermare che l’Europa appare oggi come un luogo vuoto della sovranità. Insomma, una sorta di dittatura senza popolo, come nelle migliori speranze, in fondo, di quel programma neoliberista di cui parlava Bourdieu in The Essence of Neoliberalism («Le Monde Diplomatique», ottobre 1998). Per fortuna le scarse performances economiche europee ci permettono di porre consistenti dubbi sulla reale benevolenza della dittatura.
Criticata la dittatura, e in particolare l’autoritarismo del mercato, non ci resta che innalzare la bandiera della democrazia e della politica. Ad esempio richiamando alle proprie responsabilità il Consiglio Europeo, vincolandolo al controllo delle attività della BCE. L’importante, tuttavia, è che l’argomento della ridotta crescita europea non diventi un pretesto per minare le basi dell’integrazione europea, pur operando una forte democratizzazione delle procedure, delle norme e delle istituzioni dell’Unione. Un rischio al quale l’Europa è soggetta per natura, viste le simpatie che il progetto suscita nelle destre continentali (ed esagerando un po’, nell’intero arco costituzionale britannico). Siamo davvero certi che il Consiglio Europeo sia l’organo adatto per la rinascita della politica in Europa? Non sarebbe forse meglio democratizzare e responsabilizzare la Commissione (che è dopotutto l’istituzione europeista per eccellenza) in modo definitivo rispetto al Parlamento, e dotare finalmente di reali poteri propri quest’ultimo? Il testo della Convenzione, la cui bozza preliminare è stata adottata in questi giorni del Consiglio di Salonicco in vista della Conferenza di Roma, indica invece la prima strada. I prossimi anni sapranno dirci quale soluzione avrebbe davvero risolto i problemi. A meno che il dittatore benevolo non si sia nel frattempo trasformato nel democratico maligno, e cioè in un architetto che dota controvoglia l’Unione di colonne democratiche secondarie senza sostituire quelle portanti, al puro fine di poter dire, quando il complesso dovrà essere abbattuto, «io l’avevo detto…».
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