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L'assedio alla fortezza Europa


di Giuseppe Iannantuono




Si complica la vita dell'esule che arriva in Europa. Se non depositerà dopo il suo arrivo nell'Ue la domanda secondo i migliori termini, gli Stati membri potranno rifiutarla. Non importa che i candidati all'esilio non conoscano i sistemi giuridici dei paesi di accoglienza. Ma questo è ancor poco rispetto all'ultimo progetto ideato dal Regno Unito. Il realista Tony Blair ha consegnato al vertice del Consiglio dei Ministri, tenutosi a Bruxelles nel mese di marzo, una lettera che mira a risvegliare le coscienze europee assopite da troppo moralismo e buonismo sulla necessità di una riforma del diritto d'asilo. Non si sa se per pudore oppure per prassi diplomatica ma alla missiva è stata data poca pubblicità.

La lettera invita gli Stati a riprendere in mano il dossier sulle domande d'asilo politico e a discuterlo in un orizzonte più generale di controllo dei confini e di lotta all'immigrazione illegale e alla tratta degli esseri umani. La proposta inglese consiste nel dirottare le richieste di asilo fuori dall'Ue creando aree di accoglienza dei profughi nei pressi delle zone di conflitto e in quelle di transito. Il tutto sempre sotto il mantello giuridico dell'Alto Commissario dell'ONU. Si tratterebbe di smistare i candidati all'asilo al di fuori dei confini dell'Ue sulle rotte seguite dai profughi, ad esempio l'Ucraina, l'Albania, la Romania, e per finire l'Iraq stesso. Il momento scelto dal Primo ministro inglese sembra la risposta non casuale al rischio di fuga di migliaia o centinaia di migliaia di profughi dall'Iraq. Il paradosso è ancor più stridente se si pensa che il progetto di revisione della gestione delle domande di asilo sul piano internazionale ed europeo è stato presentato dal paese che combatte in Iraq e potrebbe essere tra i responsabili dell'esodo della popolazione irachena. Che il progetto non si riferisca soltanto all'eventualità degli sfollati iracheni ma esplori la possibilità di rivoluzionare completamente lo statuto del rifugiato è testimoniato anche dal parere positivo dato dalla rappresentanza italiana. Le parole del Ministro Castelli non potrebbero essere più chiare: "I profughi devono essere aiutati il più vicino possibile ai loro paesi di origine".

La proposta britannica fa perno sulla crisi del sistema delle domande d'asilo ma l'obiettivo principale è di parare il pericolo di un'invasione di immigranti clandestini. Lo scopo non dichiarato è di non farne arrivare nemmeno uno senza che abbia il bollino di garanzia che lo inquadri come rifugiato politico e non economico e in cerca di lavoro. Quello che si cerca di attuare è l'imposizione di limiti di azione e di spostamento dei candidati all'asilo in barba ai trattati internazionali, all'obbligo di proteggerli e al rispetto dei diritti umani. Poco importa che questa riforma delle procedure abbia l'effetto di creare due classi di paesi d'asilo: da una parte i paesi ricchi che potrebbero selezionare chi accettare come profughi e, dall'altra, i paesi che sarebbero costretti ad accogliere quelli scartati dalla prima selezione. Le buone volontà si sprecano sempre mentre le manipolazioni delle paure dei cittadini sono sempre utilizzate a spiegare politiche molto più dure ed ingiuste. Come convincere questi paesi terzi a creare al loro interno zone protette è ancora da studiare ma forse i mezzi economici di persuasione non mancano. Si giustifica l'azione affermando che l'Ue non può continuare con le vecchie soluzioni che non funzionano più e che deve saper dimostrare ai cittadini che la politica di asilo non è soltanto una porta aperta all'immigrazione clandestina ma una procedura ferma e giusta per coloro che hanno effettivamente bisogno di aiuto.

Il solito ritornello della sicurezza che torna a influire sulle politiche e le scelte dell'Ue sull'immigrazione, cui si aggiunge una nota economica importante: il costo ritenuto troppo alto per mantenere sul proprio territorio i richiedenti asilo nell'attesa di una risposta. Un obiettivo perseguito infischiandosene della Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo e della Dichiarazione di Ginevra del 1951 sui profughi. Si attende il pronunciamento di Ruud Lubbers, Alto commissario ai profughi, che sta valutando disposizioni aggiuntive alla Convenzione del '51 in merito alla divisione delle responsabilità e dei costi tra gli Stati, per capire che spazio avrà la proposta inglese a livello internazionale. Nel disegno britannico, teso a sviluppare zone di protezione regionale nelle aree vicine ai paesi da cui partono i candidati all'asilo, si può leggere facilmente il fine ultimo di far diminuire le domande presentate sul suo territorio. Una preoccupazione che toglie il sonno al governo inglese che considera la maggior parte delle domande di asilo una via trasversale per entrare illegalmente nell'Ue. Una forma di immigrazione mascherata che il Regno Unito subisce più di altri, se diamo fiducia ai dati statistici che lo collocano tra i paesi industrializzati più ambiti dai candidati all'asilo.

Su questo punto ci sono delle statistiche del 2002 che rivelano come la paura del Governo italiano è in realtà uno psicodramma che diventa pura commedia nostrana, in quanto dopo l'Inghilterra i paesi più ricercati sono gli Stati Uniti, la Germania, la Francia, il Canada. La proposta britannica è stata però accolta positivamente da paesi quali l'Olanda, l'Italia e la Spagna, mentre le rivolgono ampie critiche il Portogallo e la Germania, che ritengono impraticabile la via delle zone protette, sollevando problemi rispetto alla fattibilità e legalità della proposta. Chi gestirebbe i centri di accoglienza e secondo quali leggi per il momento nessuno lo dice, ma quasi tutti concordano sulla necessità di una riforma della politica comune di asilo e protezione. Il commissario europeo Vitorino sta valutando il dossier ed esprimerà la sua opinione prima del Vertice dei Ministri europei di Salonicco nel mese di giugno. Tuttavia non rifiuta - termine della politica retorica per dire che sta ventilando la possibilità - l'idea che le domande d'asilo siano espletate all'esterno dell'Ue; anzi, ritenendola in linea con le preoccupazioni più urgenti della Commissione esecutiva. Che è convinta che sia la soluzione migliore per conciliare il bisogno di sicurezza delle frontiere, di controllo delle immigrazioni e di protezione del richiedente asilo. Questi discorsi sono fatti sempre per motivi umanitari: è positivo che i profughi non si allontanino troppo dalle regioni da cui provengono nel caso in cui le domande non siano accolte e debbano pertanto ritornarsene indietro. La Commissione, inoltre, per arginare la deriva delle pluralità delle disposizioni legislative nazionali, è favorevole ad un metodo nominato 'sportello unico', che miri ad armonizzare i diversi approcci in materia d'asilo e d'immigrazione Una posizione che sottolinea la necessità di proteggere le frontiere dell'Ue e di condividere i costi dell'operazione. Su questo tema la Grecia e l'Italia, paesi dai confini molto estesi e facili da raggiungere, insistono sulla priorità che sia l'Europa a sobbarcarsi con un fondo speciale la difesa della lotta contro l'immigrazione. Un terreno fertile di incomprensioni e fraintendimenti alimentati dalla mancanza di uniformità giuridica dell'edificio europeo in materia d'asilo.

Mentre si cerca di definire una politica comune d'asilo prende piede, come accade spesso, il gioco delle tre carte delle Istituzioni europee: la Commissione chiede più armonia legislativa e norme minime per l'accoglienza, il Consiglio si arrovella nel tentativo di mediare tra i partigiani del metodo intergovernativo che richiede unanimità dei voti sulle questioni del terzo pilastro e i sostenitori del metodo della maggioranza qualificata, che faciliterebbe le decisioni sui temi controversi, il Parlamento europeo che, con tutti i distinguo dei gruppi politici, spinge verso una soluzione più audace e conforme ai diritti dei profughi e dei rifugiati. Per scansare altri motivi di attrito tra i paesi membri tutto viene rimandato a giugno quando si presenteranno i primi progetti pilota.