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![]() | La difesa comune e il progetto Galileo
di Giuseppe Iannantuono
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La proposta di rilanciare l'Europa della difesa comune è una priorità urgente ma il tempo e le differenze di strategia nazionale remano contro questo progetto messo in cantiere da quattro paesi membri dell'Unione europea. All'iniziativa promossa dal Belgio hanno aderito la Germania, la Francia e il Lussemburgo con la speranza che in futuro vi partecipino gli altri paesi dell'Ue. L'obiettivo immediato è quello di creare uno zoccolo duro di Stati che condividano lo stesso programma politico senza attendere che tutti siano d'accordo. Il principio che guida le diplomazie europee in questa fase sembra essere quello di fare necessità virtù e dunque nessuna forzatura per sciogliere i nodi che oppongono i paesi membri dell'Unione europea. L'idea di comunitarizzare la difesa circola in Europa da parecchi mesi come dimostrano le discussioni in seno alla Convenzione tra i partigiani di un'Europa federale che invitano gli Stati a cedere le proprie prerogative nel campo della politica estera e di difesa comune e i sostenitori di un'Europa delle Nazioni che denunciano la fine dell'identità nazionale rifiutando qualsiasi concessione che sminuisca la sovranità dello Stato.
Ma il dibattito ancora astratto qualche mese fa si è materializzato di colpo con la guerra in atto, che ha catalizzato le diversità delle politiche estere nazionali spaccando l'Europa in schieramenti contrapposti a tutti i livelli di rappresentanza, dal Consiglio dei Ministri al Parlamento. Il discorso di consolazione dei capi di Governo insiste sul fatto che l'Europa ha sempre trovato nei momenti di crisi un nuovo slancio per edificare la casa comune del cittadino europeo. La spinta ad accelerare lo sviluppo di una politica estera e di difesa comune è una cartina di tornasole per un'Europa politicamente federale. Da parte inglese Tony Blair ha già fatto sapere che per quanto riguarda la sicurezza guarda al Patto Atlantico come suo riferimento esclusivo. L'Italia tenta di ricucire lo strappo con la proposta di allargare il mini-vertice di fine aprile prossimo ai Quindici paesi dell'Unione europea, anche se con Fini e Frattini contesta l'asse carolingio e mette in guardia contro un progetto troppo antagonista verso gli Stati Uniti. Mentre i paesi contrari al conflitto sostengono fin d'ora un progetto di investimenti in vista di una capacità militare autonoma. Il loro scopo è di sviluppare un altro polo di riferimento strategico-militare, pur riconoscendo l'importanza di un accordo di cooperazione con la Nato. Questo progetto di difesa comune prevede la creazione di un Quartiere generale composto di militari, strateghi e con un budget in comune, al fine di disporre di uno strumento efficace di intervento militare di carattere comunitario. Il fine è quello di incoraggiare la promozione dell'industria degli armamenti attraverso una politica di sviluppo di un spazio economico omogeneo e indirizzato prettamente alla difesa. Si tratta, cioè, di far cambiare rotta alla montagna di finanziamenti che ciascun Stato spende singolarmente - in Europa si investono più o meno 150 miliardi di Euro per spese militari - dirigendoli verso un programma comune.
Per riuscire nel progetto bisogna, prima di tutto, sviluppare un'industria europea dell'armamento più concorrenziale, in grado di essere più competitiva rispetto al dominio preponderante dell'industria americana.Il ruolo strategico dell'Unione europea, dunque, dipende anche dal risultato della lotta economica contro gli Stati Uniti che l'Europa deve vincere al fine di strappare spazi più grandi del mercato degli armamenti. Da questo deriva la credibilità della politica di difesa europea che poggia sull'esistenza e lo sviluppo delle capacità militari e sul potenziamento della base industriale e tecnologica del settore della difesa. Per l'Europa il fatto che i paesi dell'allargamento acquistino armamenti americani e si affidino, per le misure di sicurezza, alle strutture militari della Nato è un grave danno d'immagine nonché un disastroso risultato economico. Il comportamento della Polonia offre un esempio dello scarso peso politico-economico dell'Europa in materia di sicurezza e di armamenti. Il caso è interessante anche perché è frutto di una strana coincidenza. Al vertice di Copenaghen il Governo polacco ha posto come condizione discriminante della sua entrata nell'Ue la richiesta di un contributo supplementare di 1 Mln di euro nel settore della politica agricola comune e pochi giorni dopo firma un contratto per forniture militari, nello specifico dei caccia, con la Lokheed-Martin per 1mln e 200mila euro. In secondo luogo, il progetto di difesa comune sponsorizzato dalla Commissione Prodi e dall'insieme dei paesi non schierati con la linea della guerra preventiva di Bush, Blair e Aznar, deve infrangere alcuni limiti imposti dalle condizioni oggettive del sistema internazionale di sicurezza militare, la cui struttura operativa e decisionale resterebbe di pertinenza della Nato. Inoltre, l'indipendenza militare dell'Europa è fittizia finché le sue capacità di trattamento dei dati rilevati sul territorio dipendono integralmente dal sistema GPS di navigazione satellitare in possesso degli americani.
Dunque, un'autonomia effettiva passa attraverso il progetto Galileo, che è un sistema globale di navigazione assistito da satellite indispensabile per il rilevamento di ogni tipo di movimento sul territorio. Ma può anche avere delle applicazioni nel dominio delle telecomunicazioni e di trasmissioni di informazioni più rapide, più sicure e performanti. Un sistema di raccolta dati che può svolgere anche compiti militari e di difesa. Attualmente l'Europa acquista dagli Stati Uniti i rilevamenti satellitari, ma questi, come è accaduto nel periodo della guerra del Golfo del '91 e nei bombardamenti in Afghanistan, potrebbero ridurne le applicazioni civili visto il carattere principalmente militare del GPS. Il sistema Galileo si inserirebbe in un contesto di concorrenza con il sistema GPS che domina il mercato e quello russo chiamato Glonass. Tuttavia c'è un problema di ordine temporale che richiede celerità negli accordi multilaterali altrimenti il rischio è di perdere l'uso della frequenza di invio dei segnali di navigazione satellitare. I termini sono imprescindibili e fissati al 2006, anno in cui deve essere operativo uno o più satelliti, da cui consegue la necessità che la sperimentazione cominci alla fine di quest'anno. Il progetto che ha un costo stimato fra i 3,2 ed i 3,4 Mln di Euro, con un fatturato sul mercato previsto del valore di 10 Mln di euro all'anno e la creazione di 150 mila posti di lavoro, sarà gestito e finanziato dalla Commissione esecutiva e dalla Agenzia spaziale europea mentre i privati entreranno in una fase successiva. La strada della realizzazione è in salita perché deve confrontarsi con difficoltà politiche ed economiche all'interno dell'Ue e far fronte, per le sue possibili implicazioni militari, all'opposizione degli Stati Uniti. E non solo. L'aspetto civile è una pregiudiziale per alcuni paesi europei, come l'Inghilterra, la Svezia e altri, per la loro partecipazione al progetto.
La situazione di fondo non cambia anche se dopo molti mesi di disaccordo tra i partners europei, che ne hanno fatto temere l'aborto, si è trovato un primo compromesso che soddisfa i due paesi più refrattari, l'Italia e la Germania. Una querelle sviluppata nel tempo tra Berlusconi e Schroeder che coincide con la divisione geostrategica che l'Europa soffre in questo momento nei rapporti con gli Stati Uniti. Le sensibilità di politica nazionale e la collocazione strategica che ciascun paese ritiene di avere influiscono sull'esito finale. La paralisi progettuale sembra scongiurata ma l'accordo raggiunto è in effetti una vittoria di Pirro, in quanto restringerne le applicazioni a un uso esclusivamente civile - peraltro estremamente utile nel garantire un grado massimo di sicurezza per il trasporto aereo, marittimo, terrestre - significa per l'Europa mantenere una dipendenza dal GPS per il controllo del territorio e degli spostamenti e delle fonti di informazioni. Cosa questo implica per il progetto di difesa europeo è chiaro.
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