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Glo bla

Stralci per un dibattito sulla globalizzazione


di Mario Cedrini




Su "L'Unità" di martedì 21 gennaio 2003 compaiono, nella rubrica dedicata al Forum di Porto Alegre, due articoli firmati l'uno da Emma Bonino e l'altro da Vittorio Agnoletto, dai titoli piuttosto eloquenti: Global è bello il primo, No global è meglio il secondo. Il contraddittorio è ispirato dall'esponente radicale, che chiede al movimento no global (rispetto al quale dichiara di sentirsi del tutto estranea) di sostenere l'accelerazione e l'estensione della globalizzazione. "Qualcuno davvero pensa che producendo meno ricchezza possa diventare più facile combattere la povertà?": ecco l'argomento forte invocato da Emma Bonino. La globalizzazione ha i suoi limiti, certamente, ma una volta potenziata e sconfitti i suoi principali nemici, essa "potrà moltiplicare i suoi effetti benefici". Più che sulla globalizzazione, tuttavia, l'articolo si concentra sul movimento no global, accusato di aver commesso una serie di errori e di sbagliare obiettivi e strategie.

La prima condanna giunge per non aver sufficientemente (o meglio, assolutamente) criticato le sovvenzioni concesse dalle istituzioni dell'Unione Europea ai propri produttori agricoli nel quadro della Politica Agricola Comune. Si tratta semplicemente di una fra le tante barriere protezionistiche messe in atto dai giganti commerciali del mondo per "strangolare interi settori-chiave dell'economia del Sud, ritardandone l'emancipazione". Seconda fonte di disappunto, una serie di personaggi che marciano alla testa dei cortei no global, come José Bové, i cattolici avversi ai preservativi, gli "integralisti dell'ambiente" anti-Ogm, la sinistra post-comunista che chiede l'annullamento del debito dei paesi del terzo mondo e il sostegno ai piani di sviluppo dei governi di tali paesi, gli stessi che trascinano i loro popoli nella guerra del Rwanda, nel conflitto tra Etiopia ed Eritrea, ecc. Infine, a riprova dell'errata concezione dei meccanismi dell'economia e della politica internazionali di cui si fanno portatori i no global (che da sempre predicano il vangelo del trasferimento di risorse al Sud del pianeta), Emma Bonino porta i fallimenti delle politiche di sviluppo negli ultimi quattro decenni. I no global dimenticano che l'unica seria risposta di oggi alla povertà consiste nell'emigrazione e nelle rimesse degli emigranti, le quali tuttavia non riescono a dinamicizzare le economie dei paesi riceventi. Quale dunque la ricetta elaborata dalla donna che avrebbe voluto modernizzare la nostra repubblica dalla poltrona presidenziale? Abbattere i protezionismi del Nord e le riluttanze dei governi del Sud a concedere le libertà politiche ed economiche fondamentali ai propri cittadini.

Vittorio Agnoletto dedica il suo intervento al superamento di tali critiche: il movimento no global non è "contro la globalizzazione, ma contro questa globalizzazione neoliberista che pone al centro della propria azione gli interessi economici e finanziari di poche potenti multinazionali e di uno sparuto gruppo di oligarchi della finanza". Si ricordano i dati sul divario tra Nord e Sud del mondo, si precisa in cosa effettivamente consiste l'opposizione agli Ogm (rispetto del principio di precauzione); si rammenta l'aberrante caso dei farmaci anti-Aids e il duro lavoro che svolgono gli stati più potenti del pianeta presso organismi quali la Wto per promuovere gli interessi economici dei più importanti pressure groups industriali. Infine si osserva come i no global stiano aiutando l'insorgenza di movimenti antiliberisti nei paesi del Sud, capaci di opporsi tanto alle dittature corrotte sostenute dai paesi occidentali quanto agli integralismi religiosi.

Alcune delle osservazioni di Emma Bonino sembrano sinceramente fuori luogo. Di certo non si può incolpare il movimento no global se alle sue manifestazioni compaiono i personaggi della singolare nave dei folli descritta dall'ex commissaria europea, né comunque pare essere un argomento fondamentale per giudicarne l'opportunità politica. Circa l'ipocrisia dei paesi dell'occidente, così restii ad abbandonare le proprie barriere protezionistiche nei confronti degli stati poveri, costretti invece ad aprire le proprie economie in maniera radicale per poter sperare nell'aiuto della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale, non vi è nulla da eccepire: se non che non si comprendono a fondo le ragioni che spingono Bonino ad accusare i no global di dimenticare colpevolmente tale questione. D'altronde, un economista di fama mondiale come Joseph Stiglitz ha recentemente dedicato al problema ampio spazio nel suo La globalizzazione e i suoi oppositori, nel quale esprime la stessa critica di Agnoletto circa la globalizzazione.

Che si chieda ai no global di modificare le loro richieste di sostegno ai paesi più poveri perché le politiche di aiuto allo sviluppo attuate nel secondo dopoguerra si sono rivelate fallimentari, è quantomeno stupefacente. Si tengano presenti le percentuali (rispetto al Pil) di aiuti internazionali concessi dai paesi occidentali a quelli meno sviluppati: la Danimarca, che occupa la prima posizione della classifica dei donatori, spende lo 0,99 % del proprio prodotto interno per sostenere lo sviluppo dei paesi poveri; l'Italia lo 0,14% (situandosi al ventiduesimo posto, insieme alla Grecia). Gli Stati Uniti non compaiono tra i primi 25 paesi donatori. Tali cifre impediscono di convenire con Bonino circa il carattere (negativamente) assistenziale delle politiche di sviluppo attuate nel dopoguerra. Secondo Bonino, tuttavia, nessun paese è stato strappato alla morsa del sottosviluppo per via della "riluttanza di troppi leader a concedere ai propri cittadini le libertà politiche ed economiche fondamentali che [...] costituiscono una condizione necessaria per lo sviluppo": per questo motivo, gli aiuti internazionali falliscono.

Già; ma è davvero così facile promuovere lo sviluppo di regimi democratici in paesi costretti a fare i conti con le disastrose conseguenze del colonialismo, nei quali le risorse sono del tutto insufficienti o non esistono più, depredate dalle potenze europee nell'Ottocento o dalle imprese multinazionali statunitensi (e non solo, naturalmente) nel dopoguerra? Povertà e democrazia sono state abbinate con successo ben poche volte nella storia. Il raggiungimento di condizioni di vita poco più che decenti sembra essere una precondizione necessaria per lo sviluppo di sistemi democratici; anzi, la politica stessa è spesso arretrata, di fronte all'imbarbarimento delle economie dei paesi del terzo mondo avvenuto prima, durante e in seguito al processo di decolonizzazione, imbarbarimento provocato soprattutto dalle politiche delle ex potenze coloniali e delle transnational corporations in esse aventi sede. Il processo politico, nei paesi meno fortunati, è interamente orientato al raggiungimento di un tasso di sviluppo che permetta alla comunità di elevarsi al di sopra della soglia di povertà, e non sembra esservi troppo spazio per occuparsi dei problemi inerenti alla democraticità di tale processo.

Semmai, sono le istituzioni economico-finanziarie (e in seconda istanza, purtroppo, politiche) globali, quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le stesse Nazioni Unite, che privilegiano il parere degli stati occidentali rispetto a quello dei paesi in via di sviluppo, a dover dare una prova concreta della volontà di risolvere i problemi della comunità mondiale secondo regole democratiche; la tendenza è invece quella di favorire il Washington Consensus, le principali lobbies industriali e finanziarie internazionali, gli interessi dei più abbienti: ciò è riscontrabile ad esempio osservando la destinazione ultima dei prestiti erogati dal Fondo monetario ai paesi che si trovano ad avere un consistente deficit dei conti commerciali con l'estero, somme che spesso non raggiungono minimamente tali paesi, poiché devono essere spese per ripagare i creditori occidentali preoccupati dell'insolvenza degli stati poveri. L'ipocrisia cui accennava Bonino è qui forse ancora più forte: i paesi in via di sviluppo sono legittimati a richiedere che le istituzioni di cooperazione sovranazionali si dotino di una governance democratica.

Il titolo di questo articolo intende semplicemente richiamare l'attenzione sul carattere che appare spesso superficiale degli interventi degli studiosi, dei rappresentanti politici delle istituzioni nazionali e sovranazionali, degli stessi protagonisti del movimento no global in merito alla globalizzazione. Ben vengano naturalmente dibattiti del tipo di quello ospitato da "L'Unità": sarebbe forse opportuno, tuttavia, che tali argomenti vengano trattati con meno leggerezza, tenendo a mente il potenziale drammatico della questione dello sviluppo globale: questa non può essere ridotta a un giudizio sommario sul "movimento dei movimenti", che costituisce solo un aspetto del problema. La rilevanza storica del movimento no global è fuori discussione: forse per la prima volta un gruppo politico è giunto alla piena consapevolezza della fragilità del destino umano sul pianeta. Il Forum di Porto Alegre, ma anche le manifestazioni di Seattle, Genova, ecc. sono riusciti nell'intento di costringere l'opinione pubblica occidentale a considerare la dimensione globale dei problemi che affliggono il pianeta; l'attenzione suscitata nei confronti della questione dello sviluppo è tanto più rilevante in quanto non è più legata ad argomenti puramente ideologici, né si è formata in concomitanza con i conflitti bellici che interessavano le superpotenze, come avveniva invece ai tempi della guerra fredda tra il blocco capitalista e quello socialista. È un'attenzione sempre viva, sempre più viva, e di questo non si può che ringraziare i primi paladini del movimento no global. Il successo dell'iniziativa, tuttavia, dipende dalla capacità che il movimento dovrà dimostrare in futuro di saper traghettare il tema della globalizzazione verso l'arena politica, nazionale e sovranazionale, costringendo le istituzioni ad aprire l'occhio tenacemente chiuso sulle modalità di sviluppo della società mondiale tutta. Il movimento no global dovrebbe cioè conquistare, con la forza delle proprie argomentazioni, le sedi di dibattito pubblico, senza cedere alla tentazione di costituirsi in movimento politico autonomo tra movimenti politici autonomi. La globalizzazione potrà essere affrontata con efficacia solo nel momento in cui la consapevolezza dei suoi rischi (e delle sue potenzialità) costituirà la base necessaria e imprescindibile del processo di decisione politica: in parole povere, occorre "formare" in tempi rapidi una classe dirigente che non possa più permettersi - al contrario di quella attuale - di tralasciare la questione dello sviluppo globale democratico.

Un'ultima osservazione concerne una questione che a prima vista potrebbe apparire puramente linguistica, comparabile a quella che concerne il nome del movimento ("no global" o "new global"; forse sarebbe stato meglio appropriarsi da subito della semplice dicitura "global", visto che in realtà prima di combattere la globalizzazione, occorreva persino informare l'opinione pubblica dei temi globali stessi, ed è probabilmente qui - come si diceva poc'anzi - che verrà condotta la vera battaglia), ma che forse può aiutare a cogliere le basi reali del problema e le sue possibili soluzioni. Può sembrare quantomeno singolare che Agnoletto affermi di essere contro "questa globalizzazione neoliberista che pone al centro della propria azione gli interessi economici e finanziari di poche potenti multinazionali e di uno sparuto gruppo di oligarchi della finanza", contro questa "globalizzazione segnata dall'assenza della politica, di regole certe, democraticamente definite e condivise capaci di porre degli argini ai profitti di pochi in nome dei diritti di tutti". È davvero necessario affiancare alla globalizzazione l'aggettivo dimostrativo questa? Perché distinguere questa globalizzazione, cioè quella che è attualmente in pratica, da una ideale, anche nel senso di obiettivo a cui tendere? In altri termini: la globalizzazione non è proprio questa, che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi?

Eppure secondo il Fondo Monetario Internazionale con il termine globalizzazione s'intende la "crescente interdipendenza economica dei paesi del pianeta raggiunta attraverso gli accresciuti volumi e varietà delle transazioni transfrontaliere di beni e servizi e dei flussi internazionali di capitale, e anche tramite la più rapida ed estesa diffusione della tecnologia". Si tratta cioè di uno stadio avanzato del sistema capitalistico, esteso allo scenario mondiale e non più nazionale o regionale; stadio raggiunto grazie all'espansione dell'economia di mercato (vittoriosa su quella di piano), caratterizzato dalla continua crescita degli attori economici globali (le imprese multinazionali), favorito dall'integrazione sempre più stretta a livello regionale (come avviene ad esempio nell'Unione Europea) e dalla presenza di una cornice istituzionale che ha permesso la liberalizzazione degli scambi commerciali (Il General Agreement on Tariffs and Trade prima, la World Trade Organization poi). Questa è la globalizzazione: un fenomeno innanzi tutto economico, che presenta ovviamente notevoli ricadute sul piano politico e culturale.

Ma la globalizzazione, di per sé, non è il dominio dello spazio economico su quello politico; non è lo sfruttamento consapevole delle economie più deboli a vantaggio degli stati sviluppati e delle loro imprese; non è l'utilizzo del Fondo Monetario Internazionale per promuovere la causa del Washington Consensus. Piuttosto, la globalizzazione porta insita in sé tutte la tendenza a scivolare verso queste degenerazioni. Ciò vale tuttavia per molti (se non tutti) fenomeni di carattere economico: ciò che impedisce alla globalizzazione di radicalizzare tali tendenze, fino a renderle dati di fatto irreversibili, è proprio l'elemento politico. Elemento quasi del tutto assente. La globalizzazione è un fenomeno reale, dal quale non si può prescindere. Il problema perciò non sembra tanto quello di praticare una globalizzazione alternativa (quest'altra globalizzazione), quanto piuttosto quello di garantire l'esistenza e la democraticità dei processi politici che soprassiedono allo sviluppo mondiale. La globalizzazione, per quello che in realtà essa è davvero, rimarrà esattamente quella che oggi caratterizza l'economia mondiale, a meno di sostituire i meccanismi dell'economia di mercato con altri, profondamente diversi. Le riforme o la rivoluzione dovranno riguardare soprattutto gli obiettivi della società umana e gli strumenti preposti al loro raggiungimento; e cioè, in una sola parola, la politica.