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La fragile trasparenza

Un'audizione per misurare le distanze tra USA e UE


di Giuseppe Iannantuono




Mentre la guerra infuria e miete vittime in Iraq alla Commissione delle Libertà e dei diritti del Parlamento europeo si discute di protezione dei dati personali. Un altro capitolo aperto di contrasto tra la vecchia Europa e la giovane America, che alimenta dubbi e risentimenti tra le due sponde dell'oceano. Questa volta non si tratta di spionaggio economico o politico come era accaduto con il sistema Echelon ma di trasferimento di dati personali dei passeggeri in rotta verso e da gli Stati Uniti. Una misura legislativa in risposta alla beffa tragica dell'undici settembre, che impone alle compagnie aeree di dare accesso alle informazioni contenute nel dossier del passeggero, il cui fine è la produzione di una banca dati che sia un occhio vigile sul flusso dei visitatori. In questo contesto il motivo di fondo che regge l'intero pacchetto legislativo americano è il tentativo di ridurre il sentimento di paura e di ansia scambiando maggiore sicurezza con minore libertà.

Almeno è questo ciò che pensa l'Europa che, pur comprendendo le ragioni strategiche della legge, accusa le autorità statunitensi di procedere in modo unilaterale e di essere indifferente al principio di reciprocità che sta alla base dei rapporti internazionali. E su questo soggetto così delicato il principio conforme alla direttiva afferma che è possibile il trasferimento dei dati solo se il paese terzo garantisce le stesse misure protettive che quelle dell'Unione. Ma la legislazione statunitense sulla privacy non protegge i cittadini non americani, cui si aggiunge la richiesta di reperire dati sensibili e non pertinenti al viaggio, in quanto riguardano la vita privata e personale della persona, e la scarsa chiarezza sul dove finiscono i dati e quali agenzie federali ne usufruiscono, quale trattamento subiscono, per quale finalità e per quanto tempo. Un altro elemento di grande preoccupazione è il fatto che le autorità americane sembrerebbero intenzionate a far gestire la banca dati da una società privata con il rischio concreto di mettere in azionare un commercio di dati personali per motivi economici. Domande legittime che creano disagio e perplessità nel mondo parlamentare e tra i rappresentanti delle Autorità nazionali sulla privacy.

La pietra dello scandalo nasce dal fatto che funzionari della Commissione esecutiva hanno firmato nel mese di febbraio una dichiarazione comune con i rappresentanti delle autorità americane, stipulando un accordo che ratifica l'entrata in vigore della disposizione a partire dal 5 marzo scorso. Le polemiche scatenate con questo accordo in ambito parlamentare si sono concentrate sia sul ruolo poco trasparente giocato dalla Commissione esecutiva che non lo ha pubblicizzato nei tempi dovuti sia sulla sua scarsa attenzione dimostrata nei confronti di un procedimento che toccava i diritti dei cittadini europei. Contro le implicazioni di questa legge, votata dal Congresso americano nel maggio 2002, si era già pronunciato il Gruppo di Lavoro chiamato art. 29, che metteva in luce la sua incompatibilità con la direttiva europea sulla protezione dei dati personali del '95. Una situazione molto grave di mancato rispetto della normativa europea sulla privacy e condizione ancor più pericolosa per le compagnie aeree alle prese con un conflitto insormontabile, da una parte l'obbligo di fornire i dati personali dei passeggeri, dall'altra il rischio di essere denunciate dal cittadino per violazione dei diritti sulla protezione. Come giustamente afferma Rodotà, relatore in qualità di presidente del Gruppo art. 29, la Commissione si è comportata in maniera cieca ed affrettata non valutando pienamente le conseguenze dell'accordo, troppo sottomessa alle richieste americane si è lasciata sfuggire l'importanza e l'obbligatorietà della direttiva sulla protezione dei dati. Così facendo il problema è passato dalle compagnie aeree alle Autorità nazionali sulla privacy, che devono intervenire se il cittadino ritiene che siano violati i suoi diritti, altrimenti rischiano di cadere nell'omissione e nell'illecità. Un impasse giuridica di difficile risoluzione se non si rimettono in questione i termini dell'accordo attraverso un negoziato multilaterale. Uno scontro di legislazioni su un tema molto sentito che è un altro esempio del difficile momento che attraversano le relazioni tra gli Stati Uniti e l'Europa. Da un lato l'Europa che ritiene di dover mantenere l'equilibrio tra i tre pilastri della libertà, sicurezza e giustizia e, dall'altro, l'America che in nome e con la promessa della sicurezza non teme di restringere il campo delle libertà.