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"La nuova Costituzione europea: Europa laica e le nuove radici cristiane" Candelo (Biella), 14 ottobre 2003, incontro DS |
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L'intervento di Gianni Vattimo Il dibattito di questa sera, incentrato sul tema delle allusioni alla religione nel Preambolo della Costituzione, può far capire quanto l'Europa sia importante, e allo stesso tempo quanto in fin dei conti sia sempre "in speranza". Dobbiamo citare le origini cristiane? A mio parere l'Europa moderna è determinata molto più dall'eredità giudaico-cristiana che da altre; si pensi ad esempio alla cultura greca, e all'importanza del concetto di democrazia che ci ha lasciato in eredità: certo, quello delle città greche era il primo modello di democrazia, ma è pur vero che poche persone partecipavano politicamente, mentre la grandissima parte della popolazione era esclusa (schiavi, donne, ecc.). La predicazione cristiana è invece fondata sul concetto di fratellanza; penso qui al libro di Erich Auerbach, "Mimesis", che ha come sottotitolo "Il realismo nella letteratura occidentale"; voglio dire che il cristianesimo si afferma proprio grazie al suo realismo, al fatto che si faccia attenzione alle persone in quanto tali. Nella tragedia greca, per continuare il paragone, i personaggi sono sempre re e figli di re. Gli stessi popolani, nelle commedie, sono introdotti per far ridere i nobili. L'attenzione anche letteraria per la vita quotidiana è data dalla tradizione cristiana. La modernità europea è insomma figlia della tradizione cristiana. Lo stesso Voltaire, per rifarci all'illuminismo, era certo più cristiano dei gesuiti e di Pio IX, quando predicava la fratellanza. L'Europa è il prodotto della tradizione classica, intensamente mediata da quella religiosa cristiana.
Ciò è sufficiente per citare il cristianesimo nella costituzione? La tradizione cristiana ufficiale non ha mai troppo rispettato la libertà di coscienza, e forse "giustamente", per alcuni versi. Nel cristianesimo dei nostri giorni la libertà di coscienza è invece tutelata: quando il Papa parla di democrazia, lo fa con rispetto, oggi il pensiero ufficiale dei cristiani e della gerarchia riconosce la bontà della forma democratico-liberale. Tuttavia permangono alcune contraddizioni: il fatto che le donne non possano essere preti, ad esempio, che è chiaramente un assurdo. Queste contraddizioni non sono comunque tali da non farci riconoscere che i principi della Rivoluzione Francese sono cristiani. Se l'essenza del messaggio cristiano è nella salvezza data da un Dio che ama i singoli, non si può affermarlo contro la libertà di coscienza di alcuni cittadini che non si riconoscono in quell'eredità. Jacques Delors ha recentemente proposto di inserire anche un riferimento all'Islam; d'altronde, si pensi al peso dell'eredità araba nella Spagna, nel Mezzogiorno italiano: o citiamo anche le altre, insomma, o non ne citiamo nessuna. Lo stesso San Tommaso leggeva le opere di Aristotele tradotte dall'arabo! Per chi non si riconosce nell'eredità cristiana, una soluzione potrebbe essere la semplice tolleranza; ma alle persone non piace essere soltanto tollerati. Proprio in omaggio alle origini cristiane dell'Unione Europea, insomma, io non ne farei una questione rilevante. In fin dei conti, perché invece bisognerebbe farlo? Chi la pensa così pensa aspira forse a un privilegio concreto. Il problema è in generale quello di una società pluriculturale, multireligiosa; è il problema della laicità dello stato. Il nostro è uno stato laico proprio in quanto deriviamo dalla Bibbia, ma è certo complicato dirlo. Grazie al cristianesimo, non ho bisogno di citarlo nella costituzione. Il problema mi sembra ampliato anche un po' strumentalmente. Dopotutto, è come vietare l'aborto o comandarlo: o meglio, dove non si viola il diritto alla vita di una persona terza, imporre una cosa è un'azione molto più forte che lasciare la libertà di coscienza. Se nessuno protesta per l'allusione, non ho nulla in contrario; ma se qualcuno si dovesse sentire discriminato, proprio in quanto cristiano eliminerei il riferimento.
Si dice spesso che la Costituzione statunitense, che è generalmente indicata come laica, contiene un riferimento di questo tipo. Certo, ma si tratta di un documento scritto duecento anni fa. Inoltre quella americana era una società compatta, fondata dai Padri pellegrini e dalla loro condizione colonial-missionaria, contro la volontà degli indigeni. La questione rilevante è quella dell'identità europea: come si distingue da e come si rapporta a quella americana? L'Europa si divide in merito: storicamente l'Inghilterra sta da una parte, i restanti dall'altra. Negli Stati Uniti l'origine pionieristica ha avuto un effetto positivo, il mercato è profondamente legato all'individualismo, al self-made man, che per "farsi" deve sgomitare: certo non si tratta di una società supersolidale. Inoltre lo stato si è sovrapposto con difficoltà agli stati locali, il federalismo è stato visto innanzitutto con diffidenza: prima viene la comunità locale, poi lo stato. Si pensi ai film statunitensi, nei quali gli sceriffi accolgono con mugugni l'intervento della polizia federale nei loro territori: è la concezione secondo la quale l'autorità centrale è utile, ma bisogna limitarla. Si pensi all'attacco terroristico dell'Oklahoma, a Unabomber: terroristi di questo tipo non esistono, da noi. Gli americani pensano di aver diritto a difendersi con le armi, e dunque le richiedono perché hanno realmente paura. La differenza tra noi europei e l'America è proprio qui: lo statalismo. La comunità viene prima di noi, e ci supporta ("ci pensi lo stato!"). L'Europa è il suo welfare, l'assistenza, l'intervento dello stato nell'economia: tutti elementi non familiari alla cultura statunitense. Il fatto stesso che in America voti una percentuale così bassa di elettori è normale, laggiù, mentre sarebbe del tutto insostenibile da noi. Si pensi alla privatizzazione delle carceri! Insomma, gli Stati Uniti "provengono" dall'Europa, ma fino a un certo punto. Persino l'atteggiamento religioso ci distingue: Bush prega insieme ai suoi consiglieri quando prende la decisione di bombardare l'Iraq. La stessa vicinanza USA-Israele discende dall'analogia di due paesi che si sentono chiamati a un destino particolare da Dio. Durante la Seconda Guerra Mondiale, negli Stati Uniti v'era un grosso partito isolazionista che non intendeva aiutare la causa della democrazia in Europa.
Il rapporto tra Stati Uniti ed Europa è caratterizzato da una serie di questioni politiche che hanno una forte influenza sulle istituzioni europee. Se la Gran Bretagna è meno europeistica di noi, è perché ha un progetto politico differente, in base al quale è meglio avere relazioni tra stato e stato piuttosto che rapporti multilaterali. E' un caso l'amicizia tra Bush e Blair? Naturalmente no, e non si tratta delle "essenze" dei paesi, che non esistono: le istituzioni britanniche si basano anche su scelte propriamente politiche, gli aspetti politici e quelli istituzionali si influenzano a vicenda. Insistere sui problemi istituzionali significa anche, talvolta, dimenticare volutamente le questioni politiche. Si pensi al dibattito italiano sul premierato: ma davvero i nostri problemi dipendono dal fatto che la presidenza del Consiglio ha poco potere? Eppure parlando di ciò, si evita di parlare d'altro. Anche la questione della lista unica a sinistra può essere vista così. Il problema è capire il contenuto politico delle proposte: dopo aver realizzato un'Europa istituzionalmente perfetta, si starà con il mercato tout court o si tenterà di prevenirne i fallimenti con la regolamentazione? E' una passione non dannosa, quella per le questioni istituzionali, ma certamente è neutra. E i problemi politici non mancano: la guerra in Iraq adesso pone problemi di ricostruzione, che certamente sono entrati nella valutazione sull'opportunità della guerra stessa. Dobbiamo aiutare a ricostruire anche quando sappiamo per certo che i proventi della ricostruzione finiranno in mano ai giganti economici statunitensi, avvantaggiati dalla possibilità di potersi continuamente riconvertire, nel gioco pace-guerra-pace-guerra, ecc.? Si pensi al sistema Echelon, messo in atto dai paesi anglofoni (tra cui gli USA) per fini non sempre propriamente leciti di intercettamento delle telecomunicazioni: quando si pose il problema della criptografia, nella commissione temporanea di studio del caso, qualcuno propose di utilizzare un sistema a sua detta "perfetto, addirittura sperimentato dal Pentagono" (!). In questo modo, anche prescindendo dalla buona fede degli Stati Uniti, si perpetua una dipendenza informatica e militare dagli USA. Così come tutti i vescovi di tutto il mondo parlano (un po' di) latino, i militari conoscono l'inglese, perché hanno studiato in America. E' la classe dirigente del mondo.
Tutto sembra dirci che dovremmo orientarci verso la creazione di un polo regionale in grado di dialogare alla pari con gli Stati Uniti, costituendo uno dei poli politico-economici del pianeta. La nostra volontà è questa? Gli ultimi dieci anni di globalizzazione hanno ampliato il divario tra i ricchi, che sono sempre meno, e i poveri, che sono sempre più. Si ha la tentazione di dar ragione alle analisi di Marx sul capitalismo; bisognerebbe quantomeno limitare il divario, non esserne contenti. Per stare con i privilegiati, bisogna innalzare delle barriere resistenti nei confronti del mondo meno abbiente. Il discorso sulle fonti di energia mai rinnovate è tipico di questa logica, che comporta nel futuro una guerra infinita. Si consideri ad esempio il fatto che le perdite militari statunitensi sono state maggiori nel periodo successivo alla guerra che non durante il conflitto. L'Europa è la soluzione a tutti i questi problemi. Un mondo multipolare è fondamentale per la pace. Durante la guerra fredda, l'equilibrio del terrore assicurava la pace, l'ordine era più forte di adesso: persino Andreotti era piuttosto scettico il giorno in cui cadde il Muro di Berlino. Oggi ci troviamo a combattere contro gruppi marginali di terroristi: se la potenza mondiale è una sola, vi è un'unica resistenza, quella delle Twin Towers, delle armi primitive, dei temperini, di uomini disposti a morire per la causa del terrore.
Per quanto riguarda la Conferenza Intergovernativa sulla Convenzione europea, siamo tra incudine e martello. Se si dà ragione a Prodi e ai piccoli paesi, che vogliono tutti dare i natali a un commissario, col rischio di avere un esecutivo di 25 commissari, dobbiamo aspettarci che la costituzione venga avviata con un grave ritardo (ad esempio dopo l'allargamento). Approvarla così com'è non sembra tuttavia possibile, proprio per l'opposizione dei piccoli paesi. La soluzione che oggi si tende a proporre è quella di una Commissione europea composta dalle due classi dei commissari e dei sottocommissari, creando così ministri "di serie B". Lo stesso per la questione delle votazioni all'unanimità del Consiglio sulle materie più importanti (difesa, fiscalità, ecc.): il diritto di veto impedisce all'Europa di trasformarsi in un potere realmente autonomo, e di realizzare i compiti che abbiamo delineato in precedenza. In questo caso è l'Inghilterra, supportata moralmente dal presidente americano Bush, a intralciare lo sviluppo delle istituzioni. Inoltre, Prodi vorrebbe inserire una clausola che renda possibile, come avviene per l'art. 138 della Costituzione italiana, la modifica di parti della Costituzione europea senza la necessità di dar vita a un nuovo documento costituzionale; una norma di flessibilità che naturalmente riguarderebbe solo alcuni titoli del testo.
Rimandare significa perdere molti vantaggi. Gli stessi socialisti europei hanno recentemente espresso l'opinione di voler andare avanti, di voler mettere alla prova la nuova costituzione, nonostante i suoi limiti. D'altronde, un'unità federale che si formi senza un deciso cambiamento rispetto al passato è condannata a una vita crepuscolare. L'euro è costato molto agli Italiani (il raddrizzamento della politica economico-monetaria, l'inflazione, ecc.), ma era un passo necessario. Il dibattito sulle origini cristiane è certamente significativo, ma non è l'elemento essenziale della questione-Europa; decisivo è invece il modo in cui il nostro continente si rapporta agli altri mondi, compreso quello dei 23 paesi di Cancun. Anche se tendiamo a dimenticarlo, la nostra missione non prevede il solo rapporto con gli Stati Uniti. E quando si è "Europa", a 15 o a 25, si può fare di più. L'Europa unita ha inoltre una faccia più accettabile, agli occhi degli altri paesi del mondo: possiamo svolgere una funzione di mediazione, di equilibrio. A patto che l'Europa diventi qualcosa in più di un semplice insieme di trattati. A patto cioè che l'Europa si dia una costituzione.
(a cura di Mario Cedrini)
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