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Le carenze dell'Europa Giuseppe Iannantuono |
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Il Parlamento Europeo ha approvato la relazione annuale sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione europea presentata dalla socialista Joke Swiebel con 274 voti a favore, 269 contrari e 14 astensioni La relazione ha fotografato lo stato di salute dell'Unione europea sui diritti umani attraverso una verifica empirica sul campo della realizzazione e del rispetto dei principi stabiliti dai trattati, cioè, operando una sorta di mappa valutativa elaborata intorno a sei grandi direttrici di ricerca, che costituiscono i principi inalienabili della persona: Dignità - Libertà - Uguaglianza - Solidarietà - Cittadinanza - Giustizia. Come ogni anno sono molte le esortazioni e le raccomandazioni a fare di più e meglio che il Parlamento di Strasburgo rivolge agli Stati membri in forma di richiamo a migliorare le condizioni di disagio amministrativo e civile delle persone e a depotenziare le ragioni delle violazioni delle norme dei trattati europei. Una ricerca che il Parlamento europeo affronta annualmente secondo un meccanismo ormai consolidato che si conclude con una relazione finale sull'andamento concreto delle politiche e delle azioni che favoriscono o evadono il rispetto dei diritti basilari della convivenza civile. Una specie di osservatorio pubblico che nel comparare i piani di attuazione delle legislazioni sui diritti diventa un luogo privilegiato per riflettere sul divario sempre attuale e urgente tra la retorica politica e le scelte concrete, la pubblicità dei principi e il loro radicamento nel funzionamento quotidiano della società. I dati che emergono dalla relazione mostrano che i diritti non sono beni acquisiti per sempre, a partire dal momento della loro dichiarazione pubblica ed ufficiale, ma sono soggetti all'usura del tempo, alla flessibilità delle specifiche situazioni politiche di ogni stato membro e alle sensibilità e all'evoluzione dell'opinione pubblica. Il documento finale, che non risparmia critiche nei confronti di tutti i paesi membri dell'Unione, è stato contrastato in maniera forte dal PPE e dalle destre europee piuttosto inclini a proteggere l'operato dei propri governi locali che a confrontarsi sul rispetto delle minoranze culturali e la libertà di informazione, a progredire sulla via del diritto e di una giustizia equa per tutti e libera dai compromessi del potere, per affermare una politica coerente ed esplicita contro le discriminanzioni fondate sulle tendenze sessuali, su motivi razziali o religiosi. Quest'anno la relazione aveva un compito più arduo e delicato in quanto doveva analizzare gli effetti sociali di un complesso spettro di interventi legislativi rivolti a prevenire le minacce di attentati lanciate da una rete terroristica con basi sparse in tutto il mondo. In realtà la volontà generale di ordinare un sistema di prevenzione ha favorito la promulgazione di leggi autoritarie e restrittive in fatto di libertà di movimento e di rispetto della dignità della persona. Un anno veramente difficile per le sorti dei diritti qua e là calpestati in nome della lotta al terrorismo e quando non era terrorismo si trattava di sospendere i diritti di informazione e di libertà di movimento delle persone per arginare le famigerate bande di no-global. Il tutto sotto gli occhi distratti di un'opinione pubblica persuasa dall'informazione mediatica della pericolosità sociale dell'ideologia dei manifestanti non globalizzati e convinta di dover affrontare una vera e propria battaglia per riportare l'ordine e ripristinare le norme basilari della convivenza civile. E per fare questo ha funzionato alla perfezione il vecchio adagio del realismo politico che afferma che il fine giustifica i mezzi: le proteste e i disaccordi sono stati combattuti con l'imposizione di un sistema repressivo ed autoritario instaurando uno stato di polizia dai poteri forti e senza nessuna forma di controllo democratico. Il Governo italiano si è distinto per l'esemplarità nell'applicazione di misure ristrettive dei diritti delle persone - i fatti di Genova e Napoli ne sono un esempio drammatico. L'Europarlamento ha criticato la repressione violenta delle manifestazioni e ha deplorato "le sospensioni dei diritti umani avvenute durante le manifestazioni pubbliche e in particolare in occasione della riunione del G8 a Genova". Azioni nella maggior parte delle volte giustificate dall'insieme dei mezzi d'informazione con una retorica spavalda e manipolatrice sfruttando ed alimentando il clima di paura e di sospetto dentro cui siamo definitivamente immersi dopo l'11 settembre. Questo fenomeno è un antefatto tragico che prepara il terreno a un altro problema profondamente sentito in ambito europeo, quello della concentrazione dei media. Su questo punto la relazione della socialista Swiebel lamenta seri dubbi sulla possibilità di mantenere vivo un dibattito democratico in un paese - come l'Italia - dove la proprietà dei mezzi d'informazione è nelle mani del più alto responsabile del Governo, il quale, nel contempo, sempre secondo regole lecite e legittime, gestisce politicamente anche l'informazione pubblica. Non si tratta di un rimprovero e quindi di un invito a regolare meglio il pericolo del monopolio dell'informazione dando, per esempio, più spazio sui mezzi di comunicazione alle rappresentanze sociali, bensì di un vero e proprio allarme sui rischi di manipolazione che corre l'opinione pubblica. Su questo conflitto di interessi il documento del Parlamento europeo non transige ed afferma di essere chiaramente "preoccupato per la situazione in Italia dove gran parte dei media e del mercato della pubblicità è controllato - in forme diverse - dalla stessa persona" e "ricorda che una tale situazione potrebbe costituire una grave violazione dei diritti fondamentali a norma dell'articolo 7 del trattato Ue modificato dal trattato di Nizza".
Chi gode di diritti umani in nome di una fantomatica legge di natura non sospetta minimamente che possano esserci individui o gruppi di persone che non godono degli stessi diritti perché diversi nella pelle o di diverso orientamento sessuale. Tutto sembra rientrare in un ordine delle cose stabilito da una tavola di valori che esclude chi la trasgredisce con un attaggiamento contrario a una naturale tendenza eterosessuale del genere umano. Questa constatazione che sfiora la banalità di un pensiero conosciuto da tutti permette, però, di togliere il coperchio a una realtà che fatica ad affermarsi e che incontra ostacoli e reticenze amministrative sempre in agguato. I motivi sono molteplici e si radicano in quello che un tempo si diceva sensibilità culturali differenti, per cui se in paesi pur cattolici ma con un profondo senso civile ed etico dello stato e del cittadino le tendenze sessuali non sono più discriminanti rispetto al godimento dei diritti ad esempio amministrativi, in altri paesi, l'Italia in prima fila, la discriminazione è all'ordine del giorno e non solo nei confronti delle coppie omosessuali ma anche delle coppie di fatto. Quello che si colpevolizza è la diversità del modello di vita che rifiuta lo statuto secolare e "naturale" della famiglia. Se esistono difficoltà per le coppie di fatto ad ottenere una legittima equiparazione al godimento dei diritti che sono connessi al matrimonio, figuriamoci, poi, se questi diritti riguardano le coppie omosessuali, le quali sono completamente assenti e dimenticate dall'ordinamento giuridico e legislativo dello stato italiano. Nessun stupore, quindi, se ha suscitato e susciterà molto scalpore l'invito a riconoscere nelle legislazioni nazionali la validità giuridica delle unioni di fatto sia quelle non matrimoniali che quelle omosessuali e di equiparare i diritti di questi ultimi a quelli connessi al matrimonio. La miopia naturalistica sui diritti umani non solo ha creato in modo ingiustificato un cittadino di serie A e uno spettro di cittadini di serie B, C, D, ecc, ma anche e soprattutto ha reso molto complicato e difficile la vita di tutti giorni alle persone che non appartengono alla prima classe, quella che per legge è stata decretata modello di virtù di riferimento. Le faccende più semplici e banali diventano una corsa ad ostacoli senza la certezza di un traguardo alla fine: dalla dichiarazione dei redditi alle volontà testamentarie. La raccomandazione del Parlamento europeo chiede che siano definitivamente tolti gli impedimenti legislativi e le restrizioni amministrative che permettono di perpetuare la discriminazione sui diritti.
Nel documento l'Italia è ancora sul banco degli imputati per un problema antico, quasi strutturale, la lentezza delle sentenze nei tribunali. Il richiamo alla lentezza della giustizia è ormai un atto abituale dell'Europarlamento in quanto contrasta con il diritto del cittadino a ottenere un processo in tempi ragionevoli. La relazione esprime "apprensione per il grandissimo numero di casi in cui la Corte europea dei diritti umani ha constatato la violazione da parte dell'Italia del diritto a un termine ragionevole nello svolgimento del processo" e chiede di adottare le misure necessarie per garantire il limite temporale dei procedimenti giudiziari in modo da rinvigorire la fiducia nello stato di diritto. In compagnia con molti altri paesi europei l'Italia è sotto accusa per non agire con efficaci politiche di controllo ed intervento nei confronti del clima di impunità che si è instaurato nelle carceri e in generale nel corpo delle forze dell'ordine - valgono come esempio i giorni di Genova. Una violazione dei diritti che accusa non solo le legislazioni che permettono di agire e, a volte, di superare i confini della legalità ma anche chi effettivamente difende l'ordine e si fa forte delle leggi per giustificare le azioni violente e l'applicazione delle direttive in maniera autoritaria. Tuttavia il quadro si completa solo se si aggiunge un'ultima considerazione che riguarda il generale abbassamento della coscienza etica che non vede più l'altro come persona da rispettare nella diversità. Anche questa non percezione dell'altro se non come oggetto di disturbo "consente ad egenti di polizia e a guardie carcerarie di esercitare atti illeciti e abuso di violenza soprattutto nei confronti dei richiedenti asilo, dei profughi e delle persone appartenenti a minoranze etniche".
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