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Conferenza Intergovernativa sulla Convenzione Europea Roma, 4 ottobre 2003 |
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In data 4 ottobre 2003 si svolgerà il Vertice straordinario dei Capi di Stato e di Governo, presso il Palazzo dei Congressi dell'Eur, che apre la Conferenza Intergovernativa chiamata a revisionare e ratificare il progetto di Trattato costituzionale approvato dalla Convenzione il 10 luglio a seguito di un dibattito durato sedici mesi. La Presidenza italiana auspica che i lavori della Conferenza Intergovernativa si chiudano entro dicembre.
Per maggiori informazioni, si consultino i siti web: Qui di seguito riportiamo inoltre un articolo di Giuseppe Iannantuono sul tema. La Convenzione alla prova delle convenienze di politica nazionale di Giuseppe Iannantuono
L'ultimo atto del cammino del progetto di Convenzione, prima dell'apertura della Conferenza intergovernativa il 4 ottobre a Roma sotto la Presidenza italiana, si è consumato mercoledì scorso incassando il parere favorevole dall'aula di Strasburgo. Seppur riscontrando limiti e contraddizioni nel progetto di Trattato l'Assemblea elettiva ha invitato la prossima Conferenza dei ministri a non rimettere mano al lavoro svolto dai costituenti. La parola d'ordine è di evitare il pericolo di riattualizzare i punti di disaccordo e di insoddisfazione tuttora in sospeso, i quali potrebbero scardinare quell'equilibrio istituzionale trovato faticosamente mediante un'opera di mediazione dei vari appetiti nazionali. Il Parlamento europeo ha così promosso il documento di Giscard d'Estaing bocciando le proposte di Prodi di cambiare la composizione della Commissione esecutiva, quelle di Polonia e Spagna di mantenere il sistema di votazione e le aspirazioni spirituali di Italia, Polonia, Spagna, di veder iscritto nel testo costituzionale il richiamo alle radici giudaico-cristiane dell'Unione europea. Una sollecitazione che rientra nella tabella di marcia del governo italiano che da mesi batte sulla necessità politica di chiudere i lavori della Conferenza entro dicembre, in vista della firma nel mese di maggio e del voto referendario da tenersi insieme alle elezioni europee nel giugno 2004. Questo piano d'azione sembra essere un auspicio piuttosto che una realtà poiché sulla Presidenza italiana incombono ombre sulla sua capacità di svolgere quella funzione di guida autorevole al di sopra delle parti, che è richiesta per appianare le divergenze.
Molti esponenti politici europei, infatti, pensano che dietro la preoccupazione del governo italiano, per la riuscita della Conferenza, siano celate ragioni di opportunità propagandistiche e di immagine. Queste osservazioni costituiscono un segnale che in Europa l'atmosfera è tutt'altro che distesa. Benché tutti siano pronti ad applaudire per il successo della Conferenza nessun paese è disposto a fare sconti ed accelerare il processo costituente, in quanto vince la paura di perdere quote di rappresentatività e visibilità istituzionale. La Presidenza italiana è avvertita: non può giocare al ribasso e neppure fingere che tutto quadri secondo un comune accordo. La costellazione delle alleanze che si profila in seno alla Conferenza intergovernativa è distribuita sul tavolo dei negoziati: da una parte, i paesi fondatori (Francia, Germania, Italia, Benelux) che giudicano positivo il progetto costituzionale. Su un punto però l'Italia si distingue e per l'esattezza sul riferimento espresso alla religione cristiana. Dall'altra, il restante gruppo dei paesi, inclusi i paesi candidati, che apertamente manifesta il proprio malcontento, sia per ragioni di orientamento di politica nazionale sia per paura di essere schiacciati dal peso decisionale del club dei grandi. Dunque, la battaglia politica è ancora in corso nonostante la presidenza italiana abbia sottolineato più volte che la strada del consenso è ormai in discesa.
Tra gli elementi di fragilità dell'architettura costituzionale disegnata per l'Europa, spicca il rifiuto dei paesi candidati e del club dei paesi piccoli alla sostituzione della rotazione semestrale della presidenza con un presidente in carica per due anni e mezzo prorogabile per altri due anni e mezzo. Un altro duro colpo contro l'edifico costituzionale arriva dai documenti del governo britannico che sostengono l'inaccettabilità della comunitarizzazione della difesa e della politica estera, poiché sono due aree di vitale importanza strategica nazionale. Infatti, il Regno Unito non soltanto non vuole rinunciare al diritto di veto sulla fiscalità, sulla sanità e sui procedimenti penali, ma anche e soprattutto non intende accettare la clausola della difesa comune europea in quanto inutile copia dell'ombrello difensivo dell'ONU. Un ruolo straordinariamente polemico viene giocato dalla Spagna di Aznar che potrebbe causare non pochi grattacapi all'amico Berlusconi, il quale è sempre più intenzionato a chiudere la partita costituente entro i tempi stabili, costi quel che costi. Il Governo spagnolo, infatti, secondo fonti ufficiali, non solo rifiuta il nuovo sistema di votazione previsto dal progetto di Costituzione ma persino non è disposto a negoziare nessun'altra soluzione se non quella di mantenersi fedeli agli accordi del Trattato di Nizza. Nel nuovo progetto le decisioni verranno adottate quando saranno appoggiate da una maggioranza di paesi che rappresentano almeno il 60% della popolazione: una proposta che indebolisce il peso politico della Spagna che a Nizza aveva contrattato una ridistribuzione di voti nel Consiglio, ottenendone 27, un numero quasi pari a quello dei grandi dell'Unione (Francia, Inghilterra, Germania e Italia) che ne hanno due in più. In cambio però la Spagna aveva dovuto cedere 14 deputati all'Assemblea di Strasburgo passando da 64 a 50, cioè una perdita sostanziale di peso parlamentare. Il governo spagnolo sta ripetendo in tutte le sedi che la Convenzione non aveva il mandato di rinegoziare gli accordi di Nizza. Il primo ministro Aznar e la ministra degli esteri Ana De Palacio sono sul piede di guerra come si evince dalle dichiarazioni pubbliche rivolte ai leaders e ai ministri che parteciperanno alla Conferenza intergovernativa. Una guerra che non si ferma al semplice proclama "non ci sono altre soluzioni se non quella di rispettare l'attuale Trattato" ma cerca, con un lavoro diplomatico sotterraneo, di riunire alleati per un fronte revisionista comune. Finora ha trovato l'appoggio della Polonia che ha, per la quantità di popolazione, lo stesso problema di rivendicare il mantenimento del sistema di votazione stabilito a Nizza. Tuttavia, il malumore del governo spagnolo trova un terreno fertile anche nella prassi diplomatica dei paesi piccoli dell'Unione che esigono di mantenere la regola di un commissario per ogni paese, come è solennemente dichiarato nel Trattato di Nizza.
Il nuovo progetto, invece, prevede 15 commissari con diritto di voto mentre gli altri restano in un angolo senza voto né poteri decisionali. Un punto chiave condiviso dalla stessa Commissione esecutiva che sta attaccando con forza per ottenere una revisione, in quanto afferma Prodi "il Commissario è il vincolo, l'immagine, di un paese con la Commissione e con i cittadini". Tuttavia, l'Esecutivo comunitario al fine di aggirare l'ostacolo ha presentato una proposta innovativa e originale: formare "almeno sette gruppi di commissari" riuniti per materia. Ciascun gruppo avrà il suo presidente e nessun commissario potrà partecipare a più di tre gruppi. Inoltre l'Esecutivo comunitario chiede di ampliare il numero delle materie di cui è competente senza ricorrere al veto dei paesi membri, per esempio nella legislazione fiscale e nella lotta contro la frode fiscale. Un vero e proprio ginepraio che spetta alla Presidenza italiana sciogliere e condurre sulla via comune del negoziato. Certo, fanno bene allo spirito le infusioni di buona volontà che arrivano dal governo italiano ma purtroppo rischiano di non essere sufficienti, in assenza di una strategia di ampio respiro, a tacitare le riserve che scuotono le cancellerie europee.
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