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Libertà dell'informazione

Giuseppe Iannantuono
Bruxelles, settembre 2003



Colpo di scena al Parlamento europeo di Strasburgo lunedì sera. I coordinatori della Commissione Libertà pubbliche hanno deciso di avviare un procedura sui "rischi di gravi violazioni dei diritti fondamentali di libertà, di espressione e di informazione in Italia". Si tratta di un primo atto ufficiale del Parlamento contro il monopolio informativo che prevede come passo successivo quello di promuovere un'inchiesta e preparare un rapporto sull'anomalia del caso Italia. Un'anomalia più volte denunciata sia dai parlamentari europei in varie occasioni ed incontri pubblici sia dai relatori sulla situazione dei diritti umani nell'Unione europea che ogni anno il Parlamento s'incarica di scrivere. Anche quest'anno è stato esplicito il richiamo europeo ai pericoli per la libertà che corrono i cittadini italiani di fronte alla concentrazione dei media nelle mani di un uomo solo, che è anche a capo del governo del Paese. Ma il fatto più eclatante e dai risvolti ancor da precisare è che la decisione del Parlamento europeo arriva nel momento in cui il governo italiano esercita il semestre di turno della Presidenza del Consiglio europeo. I riflettori della scena europea ritornano, quindi, su Berlusconi dopo le polemiche estive nate dallo scontro verbale e violento non solo con il deputato socialdemocratico Martin Schulz ma anche con una parte consistente dell'Assemblea parlamentare di Strasburgo. Anche questa volta, tuttavia, non è tanto lo statista quanto il personaggio di imprenditore dell'informazione sceso in politica ad occupare la ribalta delle cronache.

La mancata risoluzione del conflitto di interessi, caratteristica atipica della situazione italiana, sempre più inquieta i politici europei. Basti pensare che sulla proposta di avviare la procedura dell'articolo 7 del Trattato di Nizza (che interviene quando c'è un rischio di violazione della democrazia) nei confronti dell'Italia si è compattato un forte schieramento trasversale che va dai liberali ai comunisti. La sola eccezione sono i popolari che hanno votato contro. Il dardo è tratto ma prima di arrivare a segno deve percorrere molta strada e tutta in salita. Infatti, sono molto poche le possibilità di arrivare a una vera e propria condanna dell'Italia come responsabile di violazioni della libertà di informazione e di comportamento antidemocratico. Un'accusa che, se provata, comporterebbe però come pena massima, nel caso non si sanassero le violazioni, la sospensione del diritto di voto nel Consiglio. Tuttavia, la procedura avviata l'altro giorno richiede passaggi successivi: per ora tocca ai capigruppo verificare la praticabilità e procedere nell'incarico del rapporto. Solo dopo il voto in Plenaria della relazione, probabilmente affidata a qualche personalità al di sopra delle parti, e nel caso in cui si fossero appurate le presunte violazioni, il Parlamento potrà chiedere l'avvio della procedura al Consiglio dei ministri. Questo a sua volta con una maggioranza di quattro quinti, prima di convocare il governo responsabile ed impartirgli le sanzioni, può promuovere un'inchiesta di ulteriore verifica delle violazioni e solo dopo attivare le disposizioni di merito. Nonostante che l'iter della procedura sia lungo gli effetti immediati della decisione potrebbero incombere sul lavoro della Presidenza italiana dell'Unione.