L'Unità
24 gennaio 2002

Riviste

Intanto a Strasburgo: sguardo sull'Europa


Il socialismo ossia l'Europa. Potremmo ispirarci al titolo del famoso scritto di Novalis (dove al posto del socialismo c'era "la Cristianità", e Dio sa quanto i termini siano affini) per sviluppare una connessione che, anche grazie (si fa per dire) alla politica-non politica del governo Berlusconi ci diventa sempre più chiara. Al punto che l'ideale europeo si presenta come un valido, forse il solo valido, sostituto del progetto marxista di costruzione di una società disalienata. Si osserverà che i due progetti stanno a un diverso livello di generalità filosofica; è vero. Solo che anche l'ideale europeo, se pensato, come si deve, fuori da ogni prospettiva di tipo etnico e "naturalistico" - com'era il caso delle unificazioni nazionali ottocentesche: l'Italia "una d'armi, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di suol", a cui si richiamano ormai solo Bossi e i suoi padani - diventa un programma denso di significato politico che può a buon diritto rivendicare una portata emancipatoria comparabile con quella, ormai logorata, del marxismo.

Non è un caso, insomma, che oggi il progetto europeo sia in Italia patrimonio della sinistra; come è stato a lungo patrimonio di quei movimenti politici di ispirazione liberale e cristiana che avevano e hanno oggi più che mai in comune una visione della politica come grande impresa etica di promozione umana. Liberaldemocrazia, cristianesimo politicamente impegnato, movimento socialista affrancato dal peso della tradizione sovietica sono oggi più vicini che mai, e lo si vede bene soprattutto nelle istituzioni europee, nelle quali sono meno sensibili le remore create dalle eredità clientelari dei vari partiti nazionali. Un nuova frontiera del catto-comunismo, penserà qualcuno. Perché no, se nel frattempo l'impegno etico sia dei cristiani sia dei socialisti si è purificato da ogni integralismo con la piena assunzione dei valori della democrazia liberale?

L'eredità marxiana a cui i socialisti non dovrebbero rinunciare è forse quella che proprio le democrazie popolari di tipo sovietico hanno tradito di più, l'idea che l'economia politica non è una scienza naturale, dunque che non può autorizzare alcuna pianificazione rigida dell'economia che si pretenda scientifica.

Ma ciò che deve restare di una tale idea - oltre a un certo indispensabile volontarismo nella progettazione politica - è soprattutto la conspevolezza che ciò che è umanamente e eticamente degno non è assecondare una qualche essenza "naturale", bensì consiste nell'assumere la responsabilità piena di scelte argomentate e condivise.
Il valore del progetto europeo risiede tutto nella sua "artificialità"; che si traduce nel fatto di realizzarsi in modo democratico e, per la prima volta nella storia, non mediante la conquista violenta da parte di un potere come quello delle dinastie o dei condottieri che hanno operato le "unificazioni" nazionali o imperiali del passato. I passaggi di questo ragionamento sono difficilmente riassumibili in breve, ma possono comunque essere accennati; il loro livello di "generalità" non dovrebbe spaventarci, se, come pensiamo e diciamo spesso, si tratta di ricostruire le basi di una filosofia e politica della sinistra. Persino la vicinanza, spesso esagerata a scopo retorico o addirittura polemico (Nietzsche) e caricaturale tra cristianesimo e socialismo ci può qui aiutare. Come l'annuncio cristiano, il socialismo - quello che resta o merita di restare di esso - è un radicale antinaturalismo: solo in quanto antinaturalistico si può intendere la profezia-speranza marxista della rivolta dei deboli-proletari contro i padroni-forti. Ma poi, molto più banalmente: se si cerca un minimo comune denominatore dei programi politici della destra ciò che si incontra è proprio l'apologia e la volontà di riportarsi alle differenze "naturali" come motori dell'emancipazione: liberare le energie, togliere lacci e lacciuoli alla libera concorrenza, giù giù fino alle implicazioni razzistiche di tutto ciò. Per non parlare delle varie forme di autoritarismo sociale, o religioso, che pretendono di fondarsi sulla conoscenza corretta della vera natura di uomini e cose: papi e comitati centrali comandano in nome di leggi ed essenze naturali che ai semplici fedeli o ai proletari "empirici" non sono chiaramente accessibili. Non dovremo riconoscere come una sempre valida eredità marxiana, e dunque socialista, la messa in luce del carattere ideologico di tutte queste pretese di "verità" su cui gli autoritarismi si fondano? Ciò che si sottrae alla falsa coscienza ideologica è soltanto quello che è proposto e assoggettato alla libera discussione e stipulazione. Libera e dunque, certo, anche argomentata: non però con lo scopo di raggiungere una dimostrazione definitivamente fondata, ma solo di stabilire un accordo rivedibile che tuttavia impegna seriamente (molto più seriamente di qualunque "principio eterno") i contraenti.

L'Europa, anzitutto come progetto di costruzione politica totalmente fondata sulla libera adesione - di cittadini e stati con uguali diritti - è oggi la più concreta e visibile manifestazione di una politica antinaturalistica, e cioè "marxista", cristiana e socialista. È in quanto tale che può rivendicare lo statuto di un ideale politico capace di muovere le volontà e anche scaldare gli animi. Tutto il resto viene dopo; ma neanche con mediazioni troppo complicate. Anzitutto: gli euroscettici sono chiaramente succubi di una visione naturalistica della storia e della politica. L'Europa delle patrie o delle nazioni è l'Europa di chi non rinuncia al culto esagerato delle proprie radici, appartenenze, dialetti, e non vuole tener conto del fatto che le stesse identità nazionali o regionali a cui tiene tanto si sono storicamente formate attraverso la dissoluzione di appartenenze e identità precedenti, più "naturali"...

L'Europa dei cattolici che vorrebbero una esplicita menzione della religione o del cristianesimo nella Carta dei diritti rivendica tale richiamo in nome di una naturale vocazione dell'uomo alla religione, come se proprio il cristianesimo non ci avesse avvertiti che la religione naturale è solo superstizione e idolatria. L'Europa concepita solo come area di libero mercato senza troppi vincoli statalistici è l'Europa dello scontro tra forti e deboli, che non vuole nemmeno asoggettarsi alle "burocratiche" regole tendenti ad assicurare sportivamente una relativa parità nelle condizioni di partenza.
Per amore di sistema, e di polemica, si potrebbe andare avanti nel riportare a un "idealtipo" naturalistico le varie posizioni antieuropeiste che si stanno sempre più evidenziando quanto più - con l'Euro, con l'avvicinarsi dell'allargamento - diventa urgente scegliere tra diversi possibili modelli dell'Unione. Ma è chiaro che, come tutti gli idealtipi weberiani, anche il nostro deve fare i conti con molte "impurità".

Quel che ci sembra invece più chiaro è il nesso suggerito all'inizio; l'idea cioè che oggi un programma socialista, o di sinistra, può e deve identificarsi come programma dell'integrazione europea. È in questo programma che si concretano e appaiono praticabili i valori di cui la sinistra e il socialismo sono ancora portatori. Le tematiche dell'alienazione si traducono oggi nei diritti sociali, politici, civili che, anche a causa dei diversi livelli di sviluppo che hanno avuto nei vari paesi, trovano garanzia e prospettiva di affermazione solo nel quadro di una legislazione comune europea: non pensiamo qui solo ai paesi che già stanno nell'Unione, ma a quelli candidati, che spesso vengono da un'esperienza tragica di socialismo autoritario. Quanto sia importante l'orizzonte europeo per un'economia capace di svilupparsi uscendo dalla soggezione agli Stati Uniti e mantenendo un modello sociale attento alla solidarietà tra classi e generazioni è quello che appare sempre più chiaro oggi che, con l'Euro diventato moneta "effettiva", siamo sulla via (non garantita, certo, ma possibile) di una piena attuazione delle potenzialità economiche del Continente. Sicurezza, efficacia della giustizia, qualità della vita collettiva nei vari paesi anche dal punto di vista dell'ecologia, della disponibilità di farmaci, della difesa della privacy nel mondo della telematica - tutto questo, che è un insieme di condizioni indispensabili della libertà, si realizza oggi solo nell'ambito di una più franca integrazione europea.

Ce n'è abbastanza per pensare che vale la sinonimia tra socialismo ed Europa. Con una importante aggiunta: sia i giusti timori circa il carattere imperialistico della globalizzazione, sia la preoccupazione che, in un mondo non più bipolare, la potenza "imperiale" statunitense si abbandoni (con Bush, poi) a sempre più estese guerre preventive per lo sradicamente definitivo del "terrorismo" (non solo quello che è davvero tale, ormai lo sospettiamo), possono trovare espressione politica, invece che nelle violenze di strada o nel puro appello papale ai buoni sentimenti, nella esistenza di una forte Unione "europea" anche nel senso della fedeltà a una tradizione politica ispirata a valori come l'uguaglianza e la solidarietà che oggi più che mai sembra la sola capace di promettere un futuro non totalitariamente militarizzato e invivibile.

GIANNI VATTIMO